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5 dicembre 2010
Pd, online il nuovo sito del partito
Da oggi è online il nuovo sito del Partito democratico, caratterizzato da una nuova veste grafica più semplice da consultare.
Il sito, www.partitodemocratico.it, si apre con un’inchiesta sul caso Eutelia, con l’invito a firmare personalmente la sfiducia a Berlusconi e prepararsi a venire l’11 dicembre alla manifestazione di piazza San Giovanni, a Roma, e con una galleria di video con i dirigenti del partito che dicono “sarò a Roma perché…”.
L’apertura del nuovo progetto, che si consoliderà nelle prossime settimane, presenta molte novità, soprattutto in direzione dell'utilizzo dei social network e della partecipazione dell'utente. Il nuovo sito del partito democratico, accanto alla parte dedicata alle informazioni sull’attività e sull’organizzazione del partito, darà ampio spazio agli approfondimenti, alle inchieste, alle news provenienti dal territorio, alle iniziative di mobilitazione. Gran parte degli articoli sarà commentabile. 

“Il progetto PD2011 ha l’obiettivo di rendere più efficace la comunicazione online del Partito Democratico e di sfruttare al meglio le opportunità della rete e le sue evoluzioni, mettendo a disposizione degli utenti contenuti multimediali che consentono di fruire di materiali programmatici, articoli, comunicati, foto, video, e anche post tratti dai social network” dichiara Stefano Di Traglia, responsabile della Comunicazione del Pd.
Diverse le novità proposte sia nell’organizzazione dei contenuti che nell’offerta di servizi ai navigatori, a partire dalla home page in cui sarà dedicato molto spazio alle proposte programmatiche del Pd e dalla quale sarà possibile seguire in diretta le trasmissioni di Youdem, televisione del partito.
Il sito conterrà una serie di nuove rubriche, tra cui una dedicata all’attività dei gruppi parlamentari Pd di Camera, Senato e Parlamento europeo; in un altro spazio, chiamato Question time, i dirigenti del Pd presenteranno video-risposte alle domande degli utenti; Sotto la lente sarà una rubrica aperta alle denunce e alle richieste dei visitatori. 
Grande importanza sarà data infine alle iniziative di mobilitazione con mobilitanti.it. Oltre a coinvolgere gli iscritti in nuove campagne, da questa sezione del sito partiranno newsletter tematiche. L’obiettivo è di creare una community in cui possa essere valorizzato il ruolo dei tanti visitatori del sito e il loro rapporto diretto con i rappresentanti del partito, ognuno dei quali avrà una propria pagina dedicata. A disposizione degli utenti ci saranno nelle prossime settimane applicazioni per iPhone e iPad.

Il trasferimento di tutte le pagine proseguirà nelle prossime settimane. E 'possibile consultare la vecchia versione dall'indirizzo http://www.partitodemocratico.it/gw/producer/producer.aspx?t=/prehome.htm

6 giugno 2009
"Io voto PD". Facciamolo sapere a tutti con il kit di mobilitanti.it
Solo un grande partito può fermare la destra. Mancano poche ore all'appuntamento elettorale e il momento di andare a votare è arrivato.

Perchè bisogna scegliere il Partito Democratico oggi ce lo spiega il nostro segretario, Dario Franceschini nel video di appello al voto.

Le urne si aprono alle 15, se non avete ancora scelto nello speciale europee trovate il modulo per la ricerca dei candidati.
Tutti i candidati alle europee hanno una pagina sul nostro sito, con: biografia, programma in sintesi, video e link ai loro profili su PdNetwork, Youdem e Facebook. 

Da domenica alle 22 potrete seguire i risultati nel nostro speciale sulle elezioni www.partitodemocratico.it/elezioni09  e commentare i risultati sul PdNetwork, www.pdnetwork.it.
Inserendo come tag la parola elezioni  i vostri post compariranno nel live blogging nella home dello speciale.

Facciamo un ultimo sforzo e diffondiamo i materiali, continuando a sostenere le proposte del PD con le nostre energie fino all'ultimo minuto utile.

Su  Mobilitanti troverete il nostro KIT ELEZIONI con le piccole azioni che fanno la differenza:
 
1- Salva con nome il logo 'Voto PD' e mettilo come foto del tuo profilo facebook (clicca qui)
2- Stampa e diffondi sulla rete e nella tua città il talloncino Pd con le indicazioni di voto
3- Scarica e diffondi il programma integrale del PD per le elezioni europee (clicca qui). Disonibile anche la sintesi (clicca qui)
4- Scarica e diffondi sulla rete e nella tua città il manifesto 'voto PD'
5- Diffondi le campagne di mobilitanti.it
6- Diffondi sulla rete le cartoline di mobilitanti.it
7- Vai sulla home di mobilitanti.it e spiega perché voterai pd nel box in basso e invita i tuoi amicii a fare altrettanto
8- diffondi i video e le schede di mobilitanti.it

Buon voto a tutti


29 aprile 2009
Il dibattito dei Democratici: Pier Luigi Bersani

Pubblichiamo l'intervento tenuto giovedì 23 aprile 2009 a Roma, al convegno L’italia nel mondo, "Uno sguardo oltre la crisi" da Pier Luigi Bersani.

Portare lo sguardo oltre la crisi, come cerchiamo di fare, non vuol dire, evidentemente, che vogliamo distoglierlo dal presente. Nel nostro impegno politico e culturale, siamo tutti in campo per fronteggiarla questa crisi, per metterci al fianco dei protagonisti di questa crisi e, nel suo specifico ruolo – Visco lo ricordava – Nens cerca di alimentare quotidianamente analisi e proposte utili nell’immediato. E metteremo i temi della crisi dentro il grande appuntamento di confronto politico-elettorale nel quale ci sentiamo impegnatissimi, con tutte le nostre forze e la nostra convinzione.

Tuttavia ci sembra giusto cercare di guardare un poco più in profondità la situazione, un poco più avanti. Lo abbiamo fatto – si ricordava – a Pisa con "Manifutura". Lo facciamo qui, cercando, in sostanza, di cominciare ad accumulare materiale di analisi e di progetto per contribuire alla costruzione di un punto di vista che abbia fondamento e che abbia una sua autonomia.

Qui c’é un punto, secondo me, cruciale. Con la crisi bisogna che ci sia una ripresa di critica della realtà e una ripresa della capacità di costruire un pensiero aperto, dialogico, colloquiale. Chiuso a nulla, ma che abbia un punto di vista e un profilo di autonomia. Questo non é un percorso semplice. Nessuno può dire di avere in tasca delle soluzioni. Provo, però, a prendere qualche spunto che é già uscito dagli interventi del pomeriggio e metterlo lì, come primo punto fermo.

Cominciamo col dire che questa crisi non può essere interpretata, né venduta nel senso comune, come un incidente, un inciampo. Noi ne siamo convinti, ma fuori si sta recitando un altro film. Siamo a descrizioni quotidiane e del tutto virtuali dell’andamento di questa crisi; un giorno siamo nella crisi, un altro giorno riparte la produzione. Fassina diceva: può darsi, lo speriamo, che si sia al pavimento; ma il pavimento é molto, molto basso. Non sappiamo se ci saranno altri scalini, non sappiamo come sarà il possibile andamento di una ripresa. Se c’é qualcuno che vede in fondo al tunnel uno spiraglio, c’é anche chi non è ancora entrato nel tunnel e che vede il tunnel arrivare. Cominciamo dunque ad uscire da queste rappresentazioni virtuali che ci vengono propagandate quotidianamente, non solo nel confronto politico, ma qualche volta anche da troppo facili affermazioni di rappresentanti di soggetti sociali.

Ora, non è un inciampo questa crisi, non è semplicemente una sequenza tra bolla immobiliare, crisi finanziaria e crisi economica. Tutto questo c’é naturalmente, ed ha pesato molto. Ma quello che stiamo vivendo appartiene ad uno sfondo più complesso.

In questo contesto complesso ci sono diverse cose. Innanzi tutto certamente c’é stata una forza progressiva costituita dal salto tecnologico che abbiamo vissuto alla fine degli anni Settanta. Un salto tecnologico che ha ristrutturato completamente i meccanismi di produzione, mondializzandola, cercando la minimizzazione dei costi, cercando l’aumento di valore delle azioni, cercando i meccanismi just in time, con sviluppo di tecniche finanziarie che sono nate innocenti, perché in fondo dovevano in qualche modo mettersi al servizio di questa grande novità. Una novità che doveva provocare una scomposizione, per esempio, negli assetti proprietari delle imprese; l’esigenza di avere capitali a sostegno di nuove avventure industriali, sospinte da un salto tecnologico da diffondere nelle diverse parti del mondo. E tutto questo, come capita sempre quando si è di fronte all’irrompere di un ciclo tecnologico, ha chiesto rotture di argini, politiche liberiste e deregolative. Poi, abbiamo detto, in quel contesto vi sono state particolari politiche economiche, particolari teorie economiche, come abbiamo sentito dal prof.Artoni. Equilibri geo-politici che si sono riorganizzati.  Possiamo raffigurare la vicenda in modo un poco impressionistico: abbiamo avuto un paese, gli Stati Uniti, con un enorme deficit corrente che, invece di distribuire redditi, salari, welfare, ha distribuito mutui e carte di credito; abbiamo avuto un paese come la Cina, che ha prodotto tutto, consumato nulla e trasferito il surplus a finanziare il debito americano, tra l’altro producendo merce a basso costo e, quindi, rompendo così il termometro che poteva segnalarci la febbre, perché questo meccanismo ha tenuto bassa l’inflazione.

Abbiamo avuto paesi produttori di petrolio che hanno messo in giro tonnellate di denaro nel mondo, senza assorbire in proporzione beni e servizi. Abbiamo avuto continenti e paesi anchilosati che non hanno potuto esprimersi, che si sono visti abbassare il potenziale: il Giappone e l’Europa hanno mostrato, per vari motivi, difficoltà ad adottare misure strutturali necessarie per crescere.

E sopra a tutto questo abbiamo avuto strumenti di governance globale deboli o asserviti, privi di una vera corresponsabilità, totalmente asimmetrici tra peso economico e peso politico dei diversi paesi. Uno squilibrio che, peraltro, trova il suo acme anche simbolico nell’unilateralismo nel determinare la pace e la guerra.

E sotto a tutto questo, abbiamo avuto il tumulto della globalizzazione, con tutte le sue contraddizioni, le luci, le ombre, il bene, il male. Una crescita economica forte, ma parzialmente drogata; un accesso alla produzione e ai consumi di più di un miliardo di persone; un aumento impressionante delle disuguaglianze e la polarizzazione dei redditi; una tensione sulle materie prime e sulla biosfera; migrazioni; effetti dumping verso diritti e conquiste ormai acquisite nei paesi cosiddetti maturi; sviluppo, via via, di una finanza che, persa l’innocenza, ha cominciato a consegnare delle tecniche in grado di cancellare la rischiosità, di diffonderla nel mondo fino a non renderla più percepibile, fino a portarci quasi naturalmente al disastro a cui siamo arrivati; fino a portarci, e questo andrebbe ricordato, a ridurre a merce i luoghi stessi della produzione, la produzione in quanto tale, ridotta a meccanismo di valorizzazione fittizia di operazioni di tipo finanziario. Ora, è inutile sottolineare come tutto questo – abbiamo sentito da Sua Eminenza il Cardinale Silvestrini parole che ci hanno molto colpiti – abbia inciso sulle relazioni umane, sugli atteggiamenti culturali, sull’etica pubblica.

E tutto questo, e altro ancora, è stato sostanzialmente affidato alla capacità di autoregolazione del mercato: globalizzare tutto, ma non le regole; il sistema trova da sé un dinamismo piacevole e un aureo equilibrio. Questa è la sostanza dell’egemonia neoliberista e dei suoi paradigmi, e anche del suo compromesso con i paesi emergenti; perché questi paesi, Cina in testa, si sono ben guardati dall’applicare le ricette del Fondo Monetario Internazionale. Dopo di che, hanno trovato un loro compromesso, funzionale allo scenario nuovo.

Adesso questa fase si chiude con una recessione senza precedenti. Come se ne esce, come si farà a non dar la molla agli stessi meccanismi? Che cosa finisce qui, precisamente? Che cosa pensiamo finisca qui? Non certo il capitalismo, non certo la globalizzazione, non certo la finanza! Qui finisce una fase ad impronta liberista della globalizzazione e non finisce perché c’è Obama, c’è Obama perché finisce! Questo è il punto attorno al quale cercare di evitare tendenze restauratrici di meccanismi che si sono rivelati disastrosi ed impostare una nuova battaglia culturale e politica; una nuova strada da intraprendere. Da più parti adesso si torna ad invocare la politica. Ma come avviene questo? In quali condizioni, con quali ambiguità? Per una lunga fase la sinistra politica ha visto indeboliti i suoi paradigmi, che erano e sono, sostanzialmente, legati all’idea di un compromesso sociale di cui la nuova economia voleva e poteva fare a meno. Questo, credo, è ciò che ha consentito che la globalizzazione desse gli schiaffi solo da quel lato.

C’è qui una critica che viene dalla sinistra cosiddetta radicale, che accusa la sinistra riformista di essere stata complice. Il fatto è che si è determinato uno spiazzamento in un mondo che ha pensato di poter fare a meno di un compromesso tra economia e società, e che l’economia potesse autoregolarsi e regolare tutto. Quando sei spiazzato diventa difficile dire dove sei vittima e dove sei complice! In quel contesto, al contrario, la destra ha giocato tutte le parti in commedia, interpretando sia le prospettive di dinamismo, le prospettive di libertà, di deregolazione, di opportunità che questa fase offriva, sia le paure, le difese che questa fase suscitava. Hanno fatto tutte le parti in commedia, hanno accumulato consenso giocando da tutti i lati di questo universo in movimento. E se vogliamo andare ancora più a fondo, la fase che abbiamo alle spalle, con i suoi univoci paradigmi tecnologici e di mercato, ha chiesto alla politica prevalentemente della leggerezza, della comunicazione, della buona retorica, del cabotaggio limitato. Fino a snervare quasi il senso della politica. Non il senso degli eccessi della politica, da cui ormai l’esperienza del Novecento dovrebbe averci vaccinato: ma il senso stesso della politica, della possibilità degli uomini di governare un poco la loro vita comune.

E quindi adesso la politica, pur invocata, si presenta molto indebolita. Del resto puoi ancora trovare, se parli di politica, qualcuno che ti accusa di novecentismo. Abbiamo in giro ancora un nuovismo estremo, estenuato, che continua a non rendersi conto che sta vendendo un prodotto scaduto. Certamente, tuttavia, la domanda di politica si presenta con delle ambiguità; non si presenta come esigenza di partecipazione, esigenza di progetto, esigenza di protagonismo. Prevalentemente si presenta come esigenza che lo Stato intervenga sul mercato per parare i colpi della crisi e/o per rimettere di nuovo in pista dei meccanismi precedenti alla crisi.

Qui c’é una richiesta carica di una giusta esigenza di riparo dalla crisi, ma anche – come dicevo – carica di ambiguità. C’é il rischio cioè che tutto avvenga in una sorta di complicità implicita fra delle oligarchie, secondo la folgorante frase di Galbraith: i ricchi scoprono il socialismo quando ne hanno bisogno loro! Bisogna che facciamo un pò di attenzione.

Diciamo, dunque: intervento pubblico sì, ma per che cosa? Pare che i due o tre punti fondamentali vengano fuori dal pomeriggio di oggi. Primo punto: ci vogliono degli aggiustamenti su diversi piani. Certamente un aggiustamento dal lato delle regole di finanza, delle regole di contabilità, di capitalizzazione, dei paradisi fiscali. Anche qualcosa in più: nel momento in cui tutto il mondo sta dando soldi alle banche, riusciremo a capire che mestiere precisamente dovranno fare le banche? Che mestiere precisamente dovranno fare gli intermediari finanziari? Riusciremo a capirlo? E riusciremo a capire chi controlla chi? Stiamo forse pensando che siccome una riforma è ragionevole, viene da sé? Io non ci credo.

Io credo che la produzione di finanza sia diventata un soggetto reale in questo mondo e che non si lascerà riformare così tranquillamente. E, quindi, qui c’è un terreno di battaglia per le forze progressiste e democratiche del mondo e per noi con loro.

Il secondo aggiustamento riguarda il governo mondiale dei fatti economici e, quindi, gli istituti sovranazionali e le loro riforme: Banca Mondiale, il Fondo monetario, ecc.. Sovranazionalità nelle quali tutti si riconoscano: quelli forti, quelli deboli, quelli emergenti. Non dove uno pensi di dettare il compito agli altri! Ma l’aggiustamento più importante, secondo me, che emerge con forza dalla discussione, è quello che riguarda l’economia reale, che riguarda cioè i modelli economici e sociali, le loro reciprocità, e l’esigenza di dare più equilibrio e più stabilità alla globalizzazione, di ridurne le zone d’ombra, le incertezze, le ingiustizie.

Ecco il punto: nel post-crisi la vera sfida delle classi dirigenti dei grandi paesi e delle grandi aree starà nella costruzione di mercati interni più dinamici, equilibrati, orientati in particolare a consumi collettivi nel campo sociale, nel campo della conoscenza, nel campo ambientale; e la sfida è che questo avvenga senza forti effetti protezionistici, ma in un quadro bilanciato di coordinamento e di corresponsabilità. Bisogna disciplinare le politiche economiche e orientarle ovunque ad un migliore equilibrio tra economia e società, cercando stabilità e coesione attorno ai fondamentali, che sono il lavoro, la qualità della produzione e dei consumi, la redistribuzione, la riduzione delle disuguaglianze, la partecipazione femminile, le tutele sociali a impronta universalistica, la diffusione delle tecnologie e delle conoscenze, le innovazioni in campo energetico e ambientale. Questi sono i terreni su cui Usa e Cina, dopo le prime scelte già fatte, dovranno produrre avanzamenti e su cui l’Europa ha qualcosa da dire. Il modello sociale europeo nelle sue migliori espressioni, in tutti questi anni, ci é parso anchilosato. Molti ce lo hanno presentato come un ferrovecchio, una cosa da buttare. Bisogna che rileggiamo la vicenda europea alla luce della crisi.

In quell’affaticamento del modello europeo c’erano e ci sono certamente dei fatti reali, ma ci sono anche degli effetti ottici. Nei fatti reali, ad esempio, mettiamoci l’invecchiamento della popolazione o l’ambiguità non risolta tra dimensione nazionale e dimensione continentale dei mercati.

Sono limiti oggettivi, reali, ma attenzione: molte difficoltà (ecco l’effetto ottico) sono venute sull’Europa dalla frusta di una globalizzazione troppo squilibrata, che ha determinato degli effetti dumping sulla compatibilità dei carichi fiscali, sui sistemi di welfare, sui diritti e le conquiste del lavoro. Il modello sociale europeo va riformato, ma va preservato. Semmai va chiesto all’Europa di mettersi in marcia per avere un ruolo più significativo in questo equilibrio mondiale. Noi non possiamo più immaginare il riformismo in un paese solo e in un continente solo. Abbiamo bisogno che nuove dinamiche, e non é una speranza immotivata, possano prendere piede nelle diverse aree del mondo.  Ed è qui che si misura il fallimento delle destre europee, che hanno accumulato consenso incoraggiando meccanismi difensivi ed euroscetticismi, ed adesso si trovano a chiedere che l’Europa corra mentre l’hanno azzoppata. Ancora adesso sento criticare l’Europa, benissimo. Noi critichiamo l’Europa, ma noi abbiamo qualche ragione e qualche titolo per criticarla. La destra sta governando una ventina di paesi europei, ha espresso la Commissione europea: vorrà farsi carico di qualche responsabilità sulle difficoltà, sull’impotenza che l’Europa ha espresso in questo periodo? Qui c’è la ripresa di iniziativa delle forze progressiste! Quello che ho detto fin qui ha un’intima coerenza coi valori che conosciamo noi, valori di uguaglianza, valori popolari di partecipazione, di emancipazione, di solidarietà. Valori liberali di un mercato che sia il luogo delle regole, non il luogo dove si distruggono le regole. É l’idea semplice e chiara, credo veramente popolare, di un mondo e di una società dove nessuno può star bene da solo. Dove anche gli altri devono star bene se vuoi star bene tu. Perché la ruota dell’economia gira così. La ricchezza non può concentrarsi in una parte limitata della popolazione, non puoi andare avanti con delle bolle che sono torte fittizie che portano il dolce sempre dalla parte di qualcuno e l’amaro dalla parte di qualche altro, perché l’economia così non gira, e prepara un brusco risveglio per tutti. Vogliamo quindi un mondo nel quale ci sia tra società ed economia un equilibrio più giusto.

Noi abbiamo avuto dal dopoguerra agli anni Ottanta una crescita accompagnata da processi di riduzione delle disuguaglianze. Sarà un caso che in quel periodo, con tutte le crisi e le difficoltà, la politica aveva legittimazione e credito? Penso di no. Dal 1980 in avanti noi abbiamo avuto una fase nella quale la crescita (avvenuta peraltro non in una misura superiore rispetto alla fase precedente) ci ha portato ad un aumento delle disuguaglianze. Adesso bisogna prendere una nuova strada.

Non voglio discutere qui dell’impatto che questa fase ha avuto sul sistema italiano. Sottolineo solo alcuni problemi emersi, sapendo bene che non ci sono stati solo problemi ma anche acquisizioni. E’ tuttavia dei problemi che dobbiamo occuparci. Possiamo riassumere: abbiamo avuto difficoltà ad assorbire il ciclo tecnologico, per la nostra struttura produttiva; abbiamo avuto un cedimento della nostra struttura capitalistica fondamentale, davanti ai processi di apertura dei mercati sospinta dalla finanza internazionale; abbiamo avuto una micidiale concorrenza sul sistema industriale con una reazione selettiva avvenuta solo dopo la frustata dell’euro; abbiamo avuto l’acuirsi dei dualismi, sia in campo sociale, sia in campo territoriale; abbiamo avuto l’insofferenza crescente di ceti e aree esposti alla globalizzazione, sia con la voglia di svincolarsi dai lacci del sistema, sia con la voglia di difendere le condizioni acquisite. E’ quella che chiamiamo questione del nord: una metafora, in realtà, di tutti i ceti dinamici più esposti ai processi di globalizzazione e al timore di riduzione delle acquisizioni. Infine, abbiamo avuto la difficoltà di introdurre riforme strutturali per debolezza della politica, ma anche per un debito pubblico venutoci anch’esso dagli anni 80. Sappiamo bene infatti che le riforme richiedono un investimento iniziale; altrimenti si finisce in un "comma 22": per fare le riforme ci vuole il consenso e se non hai le risorse per ammortizzare gli effetti negativi di partenza delle riforme non hai il consenso e, di conseguenza, non hai le riforme. Alla fine e in sostanza, abbiamo avuto una crescita piu’ bassa rispetto ad altri, una riduzione delle performance relative ad ogni livello, a cominciare dal pil pro-capite, dalla produttività dei fattori ed altro.

Dentro a questa vicenda c’è stata anche una riorganizzazione della politica. Credo si possa dire che questa riorganizzazione è stata segnata all’inizio degli anni Ottanta dai condizionamenti ormai estenuati della logica dei blocchi, poi dal vuoto lasciato dalla fase della caduta del muro e dall’impronta di anti-politica con cui quel vuoto si andava colmando.

Abbiamo avuto una fase di consolidamento bipolare, che mi pare stabilizzato nella sua essenzialità, ma irrisolto nelle sue forme; abbiamo avuto una fase nella quale Berlusconi ha riorganizzato e reso utilizzabile per il governo del Paese tutto il campo del Centrodestra, (questa e’ stata la vera novità!) e nella quale il Centrosinistra ha conteso il governo del Paese, non senza risultati, a cominciare dal grande appuntamento europeo, ma senza trovare ancora, nonostante l’Ulivo di Prodi (che vorrei salutare anche da qui manifestandogli tutta la nostra simpatia e il nostro affetto) e nonostante il Partito Democratico, una vera organizzazione del campo. Nessuno, nemmeno Berlusconi, e’ riuscito davvero a sfondare nel campo altrui.

Le potenzialità del ricambio ci sono in questo Paese, ma agisce ancora la presa di una leadership conservatrice, con tratti fortemente ideologici, (tutte le ideologie nascono dichiarando la fine delle ideologie. E anche questa e’ nata così e ce la ritroviamo in campo). Credo, quindi, che la capacità di combattere con una nostra identità non sia tema irrilevante a fronte di una destra sempre tentata dal mettere il consenso davanti alle regole, il consenso facile davanti allo sforzo difficile di progettare una riscossa del Paese. Oggi per la destra il consenso c’è, la comunicazione c’è, la stabilità c’è, ma risultati misurabili non ne vengono. E quindi io trovo che Berlusconi sia ancora abbastanza giovane per essere sconfitto ancora, se siamo in condizione di crescere e di organizzare il campo.

Rimando ad un testo più ampio e meno improvvisato una analisi del lavoro da fare. Dico solo che tutto muove da un concetto: nel quadro che abbiamo descritto fin qui, noi siamo il Paese sviluppato dopo gli Usa che ha il maggior divario tra i redditi e fra le ricchezze, siamo il Paese che ha il maggior divario fra i territori, questo in assoluto. Siamo il Paese sviluppato che ha la minore mobilità sociale, siamo il Paese dove la sclerosi dei passaggi generazionali è di gran lunga superiore a quella di qualsiasi altro luogo, in tutti i campi: la politica, l’impresa, la ricerca.

Queste tre fratture hanno a che fare, con tutta evidenza, con la bassa crescita di questo Paese. Se facciamo il confronto europeo con chi ha in misura minore queste fratture, vediamo che la sua dinamica di crescita è tra le più alte. Quindi sotto queste tre fratture esistono le energie imprigionate da risvegliare. Credo che sia questo il punto sul quale organizzare il grande patto nazionale, sociale e generazionale. Senza prendere il patto un pezzo alla volta. Se mi dici che scambi la previdenza con gli ammortizzatori per i giovani mi stai parlando di una cosa che interessa, ad esempio, in grande misura solo una metà del campo sociale. Bisogna mettere in gioco tutto il campo: nazionale, sociale e generazionale. Affrontarne dunque tutti i nodi veri. Per cominciare, se parliamo di redistribuzione, parliamo di fisco, contrattazione, welfare. Sul fisco sappiamo che non potrà esserci progressività fiscale, né riduzione delle tasse senza una maggiore fedeltà fiscale: è qui la vera differenza nostra al confronto con gli altri paesi. Sappiamo anche che non possiamo colmarla con metodi giacobini o pedagogici. L’esperienza ci insegna qualcosa. Bisogna darci una prospettiva, un obiettivo: io dico una Maastricht della fedeltà fiscale, anche con uno scarto del 3% con la media europea, e arrivarci con meccanismi di dissuasione e incentivazione, in modo che una parte dei risultati che ottieni venga automaticamente restituita in riduzione per chi le tasse le paga. Però bisogna arrivare all’obiettivo, perché se non ci si arriva dopo tre-cinque anni, allora il ragionamento cambia.

Se vale l’idea che ( e mi riferisco al ministro Tremonti che in due occasioni, parlando di terremoto a L’Aquila, per il quale noi stessi diciamo che non c’è bisogno di mettere tasse, ha affermato che non metterà le mani nelle tasche degli italiani) se vale l’idea che perfino davanti a un terremoto pagare le tasse è farsi mettere le mani in tasca, perché mezzo paese dovrebbe farsi mettere le mani in tasca? C’è un limite: bisogna che stiano attenti alle parole. Perché in questa crisi sta cedendo la fedeltà fiscale, si sta abbassando ancora l’asticella. Se la manovra anti-ciclica la si fa abbassando l’asticella delle regole, si semina un vento che porterà tempesta! Due parole sulla contrattazione e sul sindacato: credo che sia di interesse generale una contrattazione che distribuisca meglio i guadagni di produttività; che, pur nella giusta priorità dell’occupazione, escluda meccanismi che, invece di rafforzare, riducano tendenzialmente il potere d’acquisto; che si occupi più di tutelare le condizioni di progressione lavorativa delle donne. Un’impostazione del genere deve avere un accompagnamento normativo. Laddove i contratti non sono più in condizione di garantire un salario minimo di sopravvivenza, di sussistenza, bisogna intervenire. Così come bisogna intervenire sul tema dell’unificazione graduale delle condizioni normative del lavoro, a cominciare dai meccanismi di ingresso. In questa nuova fase io credo che si tornerà a valorizzare il ruolo del sindacato, naturalmente se, a sua volta, il sindacato, come tutti dobbiamo fare, prenderà l’occasione dal lato del rinnovamento. Viviamo in Italia una fase molto difficile, molto rischiosa. Non possiamo non vedere come modelli di sindacato legittimamente diversi tendono ad alludere a modelli sociali diversi e forse (io spero proprio di no) addirittura a blocchi sociali o perfino politici diversi. Questo sarebbe per il mondo del lavoro la ferita finale. Davanti a questo rischio bisogna mettere inventiva e generosità, da parte di tutti. Che ci siano modelli diversi, idee diverse di sindacato, e’ perfettamente compatibile con una unità dialettica che nei momenti critici trovi il modo di comporsi misurando il consenso. Naturalmente le forze politiche non devono occuparsi direttamente di questo. Ma per evitare quella ferita, è importante affermare che il lavoro, il nuovo lavoro è il luogo centrale del progetto politico. Da quel progetto, da quella idea di società, deriva l’autonomia del punto di vista della politica.  L’ho detto per la contrattazione, ma posso dirlo per il welfare. L’unica reale alternativa ad un welfare universalistico può essere solo un mondo dove i ricchi il welfare se lo pagano da sé, gli occupati usano una bilateralità non integrativa, ma sostitutiva e i poveri si affidano all’assistenza. In poche parole, questa è l’alternativa. Noi non siamo d’accordo, noi siamo per modelli universalistici. Però, attenzione: la sostenibilità, la compatibilità, l’efficienza, la sussidiarietà di questi modelli sono problemi drammatici, rilevantissimi. Chi se non noi, può specializzarsi nelle sostenibilità del welfare universalistico? Qui tensione politica e capacità di governo trovano il massimo di saldatura . Siamo noi in Italia ad avere le migliori esperienze. Dobbiamo farle esprimere in una dimensione strategica.  Altro banco di prova per noi è la ripresa, su basi nuove, della questione meridionale. In primo luogo dovremmo riconoscere che al federalismo si può e si deve chiedere più responsabilizzazione e più efficienza. Venderlo come una panacea sarebbe una mistificazione. In secondo luogo, è dimostrabile che una politica di modernizzazione del paese ( welfare di cittadinanza, liberalizzazioni, riduzione dell’intermediazione amministrativa ecc. ) è di per sè una politica meridionalista. La voce del sud deve dunque parlare al paese e proporre le riforme di cui anche il nord ha bisogno. Le risorse aggiuntive devono esserci e devono rivolgersi con meccanismi premiali a chi raggiunge standard di diritti di cittadinanza ( dalla legalità alla scuola ai rifiuti); devono rivolgersi altresì ad una stabile e automatica convenienza agli investimenti. Le luci e le ombre di anni di protagonismo autonomistico regionale e locale del sud non possono essere sostituiti dalla subalternità e dal vassallaggio di classi dirigenti locali a cui il sovrano porta la chiave del consenso e quindi della sopravvivenza, in cambio del silenzio sui problemi. Protagonismo e autonomismo nel sud restano l’unica chiave possibile per una riduzione del divario.  Venendo alla questione della mobilità sociale e generazionale va riconosciuto che i meccanismi di blocco della mobilità hanno un nome e cognome. Si chiamano: qualità e durata dell’istruzione e della formazione; accesso difficile e ritardato alle professione e alla vita lavorativa; politiche della casa. Più in generale si tratta di abbattere ad ogni livello i meccanismi relazionali e di accettare ad ogni livello quei meccanismi di valutazione che possono portare dal cielo alla terra il concetto di merito.

Per un paese come il nostro si tratta di aprire un fronte di combattimento e di riforma durissimo ma ineludibile e capace di richiamare forze oggi disimpegnate e scettiche rispetto alle possibilità di cambiamento . Naturalmente le politiche che ho sommariamente elencato fin qui hanno bisogno di una base produttiva competitiva e di istituzioni e di una pubblica amministrazione riformate. A Pisa, con Manifutura, abbiamo descritto quale potrà essere il nostro ruolo nella nuova divisione internazionale del lavoro. Il programma industria 2015 resta la traccia fondamentale sia nella ispirazione concettuale sia negli strumenti . Non riprendo nulla di quei contenuti, i materiali sono a disposizione.  Segnalo solo che quella impostazione presuppone il primato, della produzione, del lavoro, della ricerca e dei servizi qualificati sulle rendite di ogni genere, sull’assistenzialismo, sull’intermediazione parassitaria, sui conflitti di interesse; segnalo altresì che quella impostazione presuppone una certa organizzazione sociale. Ad esempio, una certa fisiologia nei processi di immigrazione; il che significa evitare con fermezza che i problemi che ne derivano si scarichino disordinatamente sulla parte più debole della popolazione provocando regressioni culturali e politiche. Spero che si sia anche compreso, da quella impostazione, quale è per noi il significato dell’impresa. L’impresa e l’imprenditore ( capitalistico o cooperativo che sia) che crede nell’innovazione e nella dignità del lavoro fa pienamente parte del progetto, è necessario protagonista del nostro progetto. Per la pubblica amministrazione mi limito a dire che non bastano i richiami all’ordine. All’ordine per fare che? Ci vogliono progetti industriali, rivisitazioni della missione, strumenti di riconversione. Al fondo, emerge una verità di cui dobbiamo essere più consapevoli e che si può dire con uno slogan: riformare la pubblica amministrazione è di sinistra. La destra ha bisogno per le sue politiche de regolative del discredito della pubblica amministrazione. Nelle sue cure, infatti, c’è sempre l’insulto! Vedo qui una grande possibilità per la ripresa delle nostre tradizioni autonomistiche, cattoliche, popolari e della sinistra di governo, tradizioni di cui dobbiamo essere più consapevoli e orgogliosi. Le aree artigianali e gli asili nido li abbiamo inventati noi, e mai piegando il localismo all’egoismo ma intendendo il protagonismo locale come il modo di dare concretezza a dei diritti universali. Queste tradizioni positive vanno rilanciate nel progetto generale di riforma delle istituzioni, che comprende anche nuovi meccanismi elettorali. Nens non si è occupata di questo. Le altre fondazioni ci hanno riflettuto assieme, producendo idee e materiali dai quali è utile partire.  Fin qui ho elencato alcune tracce di un lavoro programmatico da fare. Concludendo voglio accennare anche alle condizioni immateriali della nuova strada da intraprendere. Il tessuto morale e civile del paese si è via via deteriorato, in questa lunga fase. Questo deterioramento ha effetti concreti e reali nella vita economica e sociale. L’immateriale è sempre più rilevante nei processi di crescita. Nell’epoca delle complessità le regolazioni formali sono difficili e spesso inefficaci e vengono comunque rifiutate come lacci impropri. Vincono i paesi che hanno una migliore regolazione implicita, paesi dove vivono elementi di civismo e di fiducia che regolano la fisiologia del sistema. Parlo quindi di un obiettivo di riscossa civica, di nuovo civismo non come pedagogia o predicazione ma come obiettivo programmatico che viva sia di dissuasione sia di incentivi. Chi fa le cose per bene deve averne un vantaggio visibile; si parli di fisco, di edilizia, di servizi al cittadino e consumatore e così via. Naturalmente un messaggio del genere può prendere forza solo se parte dai luoghi delle istituzioni e della politica, con quella nuova sobrietà di cui molto si è parlato, facendo ben poco. Gli aspetti immateriali riguardano anche i cosiddetti i temi etici che hanno una evidente frontiera mobile con i diritti civili da affermare. Nessuno oggi definirebbe più lo stupro come reato contro la morale; si tratta ormai a giudizio di tutti della negazione del diritto all’intangibilità del proprio corpo! La storia consegna via via alla sfera dei diritti e delle responsabilità personali questioni che erano appartenute alla sfera dell’etica pubblica. C’è dunque l’esigenza di discernere via via questa evoluzione e di riconoscere al contempo che irrompono nuovi temi di rilievo etico, in particolare nell’epoca in cui l’uomo può modificare se stesso e diventare, per così dire, non solo generatore ma in qualche misura creatore. Agli interrogativi cruciali che questo propone e proporrà e al rischio di profonde fratture ideali e morali nella società si risponde con un dialogo ed una convergenza fra gli umanesimi forti, umanesimi laici e religiosi, nel nostro caso tutti segnati in ultima analisi da radici cristiane, e cioè dall’irrompere in occidente del Dio personale della tradizione cristiana.

Se prevale l’incomunicabilità e la non negoziabilità, non dei princìpi, ma delle soluzioni, queste arriveranno da altre parti del mondo e da altre culture; saranno soluzioni meno preoccupate, meno consapevoli dell’idea di un uomo che non è solo natura e che non può mai (nemmeno nella fine vita) essere separato dalla sua dignità e dalla sua libertà; un uomo tuttavia che è anche natura e non può quindi ergersi a creatore senza aprire strade non dominabili. Mentre va ribadita l’assoluta legittimità da parte di tutti ( e massimamente quindi della Chiesa maestra in umanità) di partecipare all’agorà e alla discussione pubblica, in quella stessa agorà vogliamo chiedere rispettosamente alla Chiesa come venga riconosciuta al politico cattolico una sua autonoma responsabilità di mediazione. Osiamo chiederlo perché questa è una condizione per tutti; la condizione per  cercare assieme la strada migliore, sapendo che il politico, amministratore o legislatore che sia, è chiamato a decidere della vita comune tenendo conto della coscienza di tutti.

Nel campo degli aspetti immateriali bisogna mettere finalmente anche la ripresa di voce delle forze intellettuali, zittite in questi anni dalle banalizzazioni e dalle ricette pronte del pensiero unico. Bisogna trovare occasioni e strumenti per dare spazio ad un pensiero critico; innanzi tutto bisogna costruire, nelle forme nuove, una politica che ami e solleciti la discussione aperta, che non pretenda fedeltà ma lealtà e libertà.

Ho finito. La crisi impone a tutti di rileggere criticamente la realtà e di prospettare nuovi percorsi. Di fronte alla crisi le destre si troveranno a cercare paradigmi che non hanno nel loro repertorio ( da un po’ di tempo Tremonti si è messo a parlare di economia sociale, ma la risolve in Dio, Patria e Famiglia, mettendosi più vicino a Bismark che a Obama). Tocca alle forze popolari riformiste, ad una sinistra democratica e liberale proporre una nuova strada. Tocca a quelle forze che da 150 anni pensano che prendendo il punto di vista dei più deboli, dei subordinati, di chi lavora e produce si può fare una società migliore per tutti. La consapevolezza di quelle antiche radici ci farà muovere con maggiore libertà e maggior sicurezza nel nuovo, e non come astronauti dispersi nel vuoto.

Ecco allora il compito della politica : darsi lo strumento per la strada nuova, determinare e organizzare il campo di forza per la strada nuova, darsi un linguaggio e un radicamento popolari, mettere in campo nuove giovani generazioni sperimentabili perché sperimentate. Sono compiti della politica nel senso proprio, da discutere nei luoghi propri. Oggi, ringraziando tutti, possiamo fermarci qui.  


28 aprile 2009
Il dibattito dei Democratici: Goffredo Bettini
A partire da oggi pubblicheremo sul nostro blog e in PdNetwork (www.pdnetwork.it) gli interventi di diversi esponenti del PD nei convegni che si stanno tenendo in questi giorni.

Pubblichiamo l'intervento tenuto da Goffredo Bettini a Piazza di Pietra nel pomeriggio di ieri. Domani pubblicheremo gi interventi del convegno del NENS della scorsa settimana. Buona lettura.


Care democratiche, cari democratici,
sappiamo bene tutti, che è un momento difficile per il PD.
Ma la bellezza della politica è che quando il pericolo si fa più pressante, all’ improvviso si aprono squarci di speranza inattesi. Le intelligenze si uniscono. Le coscienze si allertano. Gli animi si uniscono. Facciamo in modo che sia così.

Abbiamo vissuto un doppio scossone. Quello esterno: la più grande crisi del capitalismo mondiale. E quello interno: le dimissioni improvvise e volontarie di Walter Veltroni.
Il fondatore del partito, eletto segretario con milioni di consensi.
La nostra risposta deve unire, qualsiasi essa sia, le sorti del PD a quelle dell’Italia.

Dopo Veltroni abbiamo subito voluto mandare agli italiani un messaggio chiaro.

In primo luogo: il PD non rompe le righe, non si sfarina. C’è un gruppo dirigente in campo, finalmente un po’ più unito, che si assume la responsabilità di affrontare le sfide che ci stanno dinnanzi. Le condizioni delle famiglie, dei disoccupati, delle imprese. E poi le elezioni amministrative ed europee.

In secondo luogo: in queste ore di combattimento e di emergenza Il PD si dà una guida. Franceschini è stato eletto con un grande consenso. Il suo sforzo va sostenuto, senza riserve e con generosità, anche se quest’ultima dovesse essere unilaterale.

In terzo luogo: il PD non mette la testa sotto la sabbia; non nasconde i nodi irrisolti. L’uscita di Veltroni non è stata la botta di testa di un pazzo, o la testimonianza di una fragilità personale. È stata un atto che nasce da enormi ragioni politiche. E allora è giusto dare da subito al nostro popolo un percorso certo e chiaro di confronto congressuale. Dove, finalmente, gli iscritti e i cittadini potranno riprendere la parola. Dico finalmente, perché io il congresso lo chiesi, senza successo, subito dopo il voto.

Se lo avessimo fatto, il PD avrebbe avuto un’ altra storia. E avremmo sciolto, democraticamente, il dilemma che ci ha consegnato l’ ultimo voto politico. Vale a dire: se avevamo solo perso. O se perdendo per il governo del Paese, avevamo tuttavia messo in campo, con un miracolo, la più grande forza riformista della storia italiana.

Il silenzio e la mancanza di schiettezza ha fatto implodere le diverse letture. Fino alla crisi e poi al paradosso di non averci perdonato ieri il 34% e di sperare invece oggi un esito nettamente più modesto. Comunque, il Congresso si farà ad Ottobre, e spero che nessuno covi la temerarietà di volerlo rinviare ancora. Dunque siamo in battaglia.

Io stesso, mi sento particolarmente in campo; perché non si lotta solo se c’è in palio una poltrona per se stessi; ma per un progetto, per un ideale, per una comunità di persone. È perfino banale sottolineare l’importanza del voto europeo ed amministrativo. È chiaro che noi ci giochiamo qualcosa di più degli altri: E se alle politiche molti hanno sentito il richiamo del voto utile.Oggi il voto è ancora più utile; necessario e indispensabile.

È del tutto evidente che la funzione e il ruolo dell’ Europa sono cresciuti enormemente in questi anni. Così come la rete democratica delle amministrazioni locali sono una straordinaria risorsa nostra e dell’Italia.

Qua e là abbiamo avuto anche nel nostro campo cedimenti e pratiche discutibili. Ma debbo dire che andando in giro in lungo e in largo per il Paese, nel mio ruolo di coordinatore del Partito, sono rimasto colpito dalla grande presenza di giovani sindaci, consiglieri, Presidenti di provincia, amministratori di piccoli comuni, preparati, appassionati, creativi, disinteressati.

Quasi dei volontari della Repubblica. E quando penso ad un rinnovamento generazionale, penso più a loro, che non ai professionisti dell’on line. Animatori di gruppi di pressione che talvolta si gonfiano solo nell’etere, dimenticando che la politica, quella vera, è fatica, costruzione paziente, sobrietà, esperienza, cultura e anche pausa di silenzio.

Come arriva l’Europa alla scadenza del voto? Sostanzialmente stanca, divisa, poco autorevole. Lo spirito europeo non è affatto scomparso. Ed è bellissimo vedere la facilità con cui i giovani europei senza passaporto travalicano vecchie frontiere e spendono la stessa moneta. Ma ripeto, l’Europa non sta all’altezza della competizione mondiale. Rincorre, non guida.

Cresce di meno, rispetto alle economie più veloci. Cala in popolazione. Nei prossimi anni, se le cose non cambieranno, sarà sempre più dipendente da altri continenti, per l’energia, il petrolio, i gas naturali, le materie prime.

Arriva, insomma, fragile alla svolta epocale che stiamo vivendo e che sancisce il fatto che l’Occidente non è più il solo centro del mondo. Premono infatti, oltre i suoi confini, masse sterminate, milioni di giovani con gli occhi voraci di vita.

Si è spezzato definitivamente quello che un grande intellettuale arabo, Edward Said, ha definito l’approccio "orientalista".

Cioè la nostra rappresentazione dell’oriente, secondo l’immagine che noi stessi abbiamo costruito dell’Oriente, a tutto vantaggio dei nostri interessi e del nostro dominio sull’Oriente. La nostra presunzione ha scambiato l’egemonia di qualche secolo, come l’arco di tutta la storia umana. E, invece, oggi l’Oriente è in campo. Con le sue contraddizioni e i suoi fanatismi ma anche con i suoi talenti, le sue innovazioni, le sue speranze.

Vuole contare. Non si fa più raccontare; impone a tutti il racconto che su di sé realizza autonomamente. L’Europa o si ritira e decade. O accetta la sfida e naviga e si confronta in mare aperto. Tre poli conteranno e dovranno competere, integrarsi e collaborare. L’America, l’Asia e appunto l’Europa.

Ma l’ambizione di essere un grande polo, non è una condizione data, ma un obiettivo da conquistare. E’ questo il vero confronto tra noi e la destra. Per noi l’Europa è un progetto ambizioso, indissolubilmente legato al destino dell’Italia. La guerra in Irak è stato un drammatico spartiacque. Per una guerra assurda e illegittima l’Europa si è divisa, la sinistra si è divisa. Il continente della pace e del dialogo ha disertato la sua funzione, favorendo l’azione di Bush.

Si deve risalire una china. La crisi è una prova difficile, ma è anche un’occasione. L’Europa può crescere se si integra di più. Se apre i mercati e coordina le politiche. Se punta allo sviluppo dei servizi avanzati e delle infrastrutture capaci di far viaggiare con più rapidità, flessibilità e prontezza conoscenza e innovazione. Se orienta, cioè, se stessa verso una specializzazione meno obsoleta e tradizionale.

Se torna ad essere ponte e non barriera. Orgogliosa del suo modello sociale. Perché il dramma americano lo ha confermato: aumentare la distanza tra ricchi e poveri, non solo è immorale, ma dannoso per lo sviluppo. Se torna ad essere protagonista politica. Attore mondiale unitario e influente con una sua forza non solo morale, ma materiale e di difesa.

Deterrente per prepotenze, unilateralismi, oppressioni. E, infine, se torna a parlare con una sola voce. Come disse Kissinger, scherzosamente, "Debbo consultarmi con l’Europa, ma per favore datemi un solo numero di telefono". L’Italia spinge in questa direzione? Vuole stare dentro questa partita? Non lo so. So che il PD deve scommettere tutto se stesso su questa prospettiva.

La destra considera l’Europa una fastidiosa necessità e al massimo, oggi, un’alleanza momentanea utile per passare la nottata. I nostri avversari potranno anche raccogliere consensi. Vedremo.

Ma così ancora una volta punteranno solo a far sopravvivere l’Italietta di sempre, convinta dal populismo e dall’incanto mediatico, piuttosto che da una impresa ambiziosa in grado di cambiarla e migliorarla.

Ma la verità, ci tornerò, è che questa destra non vuole affatto cambiare l’Italia. Ci si è accomodata dentro.

Un grande industriale parlando della crisi mi ha detto, "Senatore Bettini, la recessione mondiale colpisce senza speranza i Paesi produttori di materie prime; ma chi produce manufatti, come noi e la Germania, a certe condizioni, ne può uscire con una posizione più forte nel mondo". A certe condizioni.

Se cioè il governo e le politiche pubbliche fossero in grado di cercare ed individuare i mercati che tengono, di rendere più rapide innovazioni e conversioni, di favorire la qualità potenziando ricerca, scuola e università e il credito alle imprese; di sostenere la domanda interna e la coesione sociale con ammortizzatori sociali universali per aiutare chi perde il lavoro; di dare fiato con investimenti e risorse agli enti locali, per far pagare i lavori fatti e promuoverne di nuovi; di difendere i talenti italiani, a partire dal territorio, devastato dalle speculazioni, per cui quando arriva un terremoto, le macerie e le vittime si moltiplicano. E tutti noi preferiremmo la prevenzione alla solidarietà postuma, che rischia di diventare sceneggiata se non accompagnata da vigorose correzioni rispetto al passato.

Dunque occorrerebbe una mano pubblica sapiente e coraggiosa. Invece, la destra, nella crisi, ha considerato l’Italia come un salame. Tagli uguali e indiscriminati. Nessuna priorità e scelta vera. Azione piatta e quantitativamente modesta; fino all’assurdità di colpire scuola e università, gli asset fondamentali su cui punta l’Occidente nella competizione mondiale. Ma se le cose stanno così: perché la destra vince e il suo consenso appare roccioso? Le ragioni sono tante.

C’entra, anche, la paura. Lo spaesamento che induce la globalizzazione. Ma c’è qualcosa di più specifico, che riguarda noi. L’Italia. E sento rabbia. Perché vedo una contraddizione tra le possibilità che avremmo e il nostro affanno. Dopo decenni, il pensiero unico della destra ha dimostrato la sua debolezza e il suo fallimento. Per anni ne siamo stati succubi.

Noi per giocare la partita abbiamo pensato di dover assumere il loro paradigma di lettura del mondo. Tutto questo è spazzato via. Obama non si capirebbe, senza questa svolta. Sono loro, oggi, che parlano di Stato, di intervento pubblico, di etica e di limiti del mercato. E poi, come ho detto, in Italia il governo non è in grado di intervenire sui nodi strutturali, di riformare veramente per dare una speranza alla nazione.

Per cui, si dovrebbe aprire un’autostrada per noi. Ma non è così. Anzi sembra di stare di fronte al dilagare del populismo berlusconiano. Che tende ad occupare ogni spazio. Fino a ricollocarsi sui temi della Resistenza e della Storia italiana. Ma perché succede questo? Torno ad un tema decisivo. Tema che non siamo riusciti ad affrontare adeguatamente. Il populismo dilaga quando sono deboli le istituzioni liberali e repubblicane. Quando si allenta il vincolo e il patto tra cittadini e democrazia. Quando si appanna il senso di una responsabilità civile verso gli altri, verso il bene comune, e nasce il perverso rapporto diretto tra il capo e la gente.

In Italia la fragilità dello stato moderno ha origini lontane. La 1a Repubblica, con i partiti di massa, aveva in parte recuperato il nostro ritardo. Ma mai riuscì a creare quella che più volte ho definito "la religione"della Repubblica.

Sia la DC che il PCI rispondevano infatti alle istituzioni, le hanno costruite e difese, ma rispondevano anche a chiese esterne, il Vaticano e l’Unione Sovietica. Si riferivano a "universalismi"sovrastanti e incombenti. L’89 e poi Tangentopoli portarono via il passato, o quasi tutto. Ma l’Italia uscì da quegli anni ancora più fragile. In attesa, e bisognosa, di una classe dirigente che accettasse la sfida di ripensare (o di pensare per la prima volta veramente in questo Paese che non ha avuto una rivoluzione liberale e borghese) uno stato moderno, europeo, più legittimato, rispettato, corretto e funzionante.

Berlusconi sembrò nel ‘92 accettare, nel campo della destra, questa sfida. Sembrò tentare una rivoluzione liberale. Illudendo molti, che avrebbe disboscato corporativismi, lentezze, arretratezze, rendite di posizione. Durò poco quell’ambizione. Presto ad essa sostituì l’anticomunismo, la vecchia politica clientelare, l’incoraggiamento all’illegalità e alla disobbedienza civile.

Unificando, il tutto, con un moderno populismo, tanto accattivante nelle tecniche di comunicazione, quanto antico nel suo carattere autarchico, rinunciatario rispetto ad un ruolo più significativo dell’Italia nel mondo. Ma anche noi abbiamo grandi responsabilità. Dal ’92 abbiamo solo abbozzato qualche modesto tentativo di affrontare questo nodo storico. Non è stata la nostra vera priorità ripensare i termini di un patto democratico; la costruzione di una nuova classe dirigente, di una nuova cultura, di un nuovo spirito pubblico.

E soprattutto di un nuovo soggetto politico in grado di supportare questo sforzo e di innervare la società, anche dal basso, per aprire una nuova fase della storia democratica italiana. Presto anche noi ci siamo stancati. E abbiamo imboccato scorciatoie. Ci siamo illusi che il grande vuoto democratico della nazione si potesse riempire andando al governo e con un riformismo dall’alto. Rivendico le cose importanti che per l’Italia i governi di centro-sinistra hanno lasciato.

Ma le alleanze, le geniali manovre politiche, le leve del potere non hanno e non potevano sostituire la necessità e l’urgenza di una vera rivoluzione democratica, in grado di ridare un fondamento solido alla Repubblica.

Oggi, questo aspetto della crisi appare più acuto. Perché la recessione mondiale mette in ulteriore tensione la nostra fragilità statuale, le nostre divisioni geografiche e sociali. E al contrario del passato non ce la possiamo cavare con i bassi salari, la svalutazione del lavoro o della lira.

La competizione si regge solo con apparati funzionanti e leggeri , con una Pubblica Amm.ne efficiente, con una scuola e università di eccellenza, con la valorizzazione dell’ambiente, della cultura, dei propri territori.

La recessione esige programmazione, coordinamento, qualità. Esige paradigmi che sono il contrario del populismo berlusconiano. Ecco perché la rabbia. Berlusconi sta all’apogeo, ma il suo successo poggia in realtà su piedi d’argilla. Tant’è che Fini e Tremonti oggi si allineano con il loro capo ma già gettano semi per il futuro. Per una nuova destra, più costituzionale, sobria, dialogante, moderna.

E noi? Ma cari compagni, noi abbiamo fatto nascere il PD proprio per dare una risposta a queste domande inevase. E l’ambizione del PD per me resta questa. Altrimenti meglio tornare ognuno nelle proprie case, e accettare la sconfitta, la ritirata. Infatti, il PD non deve essere genericamente la convergenza dei vecchi riformismi italiani. E’ il tentativo di influenzare, con un pensiero nuovo, contemporaneo, questo difficile frangente della storia nazionale. Il PD si è caricato di tre compiti indissolubilmente intrecciati tra di loro.

Rivitalizzare e rinnovare la democrazia e le istituzioni; rendere più competitivo, unito e giusto il Paese; integrarlo in Europa e aprirlo al mondo. Ognuna di queste cose da sola non cammina. La ragione profonda del PD, il suo progetto, la sua anima, il suo fondamento, la sua ragione d’essere è nella complementarità di queste sfide. E’ velleitario questo obiettivo? No, perché è giusto.

E se è giusto e se è storicamente necessario, una classe dirigente deve avere la tempra di perseguirlo, tenerlo in campo dandosi anche il tempo necessario. Senza cedere sempre a quel difetto tutto italiano, che è la sindrome dell’8 Settembre. Cambiare idea, appena le cose appaiono difficili e si mettono un po’ male. Ecco perché io insisto che il PD non deve rimpicciolire le sue ambizioni. A partire dalla sua vocazione maggioritaria. Che non è indifferenza alle alleanze.

So anche io che per raggiungere il 51% dei consensi, abbiamo bisogno di moltissimi altri voti. La vocazione maggioritaria è, tuttavia, il vincolo che il PD si dà, di presentare a tutti gli italiani il suo progetto. Il suo profilo riformatore. E’ la dichiarazione onesta, aperta, coraggiosa di candidarsi a svolgere quella missione che dal ’92 la classe politica di tutti i partiti ha disatteso, aggravando i mali storici della Nazione: la fondazione di un nuovo patto tra gli italiani.

Se si è tenaci e se non sbagliamo le nostre analisi e previsioni, questo discorso, come ho detto, può farsi spazio. E non solo tra le forze politiche che consideriamo possibili e indispensabili alleate. Ma nella coscienza degli italiani. La vocazione maggioritaria è questo. La fiducia che è possibile mutare nel profondo i rapporti di forza nella società. Che le rappresentanze politiche non sono statiche. La vocazione maggioritaria è un contenuto politico, non sostituisce la politica unitaria.

Semmai la rende più credibile e forte, evitando al PD di ridursi a puro e afono mediatore e sensale di uno schieramento variopinto di partiti; come accadde ai DS nella fase dell’Unione. Il segreto di Obama è stato questo. Rivolgersi alle persone, responsabilizzarle, cercare di entusiasmarle e convincerle direttamente. Le primarie con Veltroni avevano acceso la speranza che tutto ciò fosse possibile anche da noi.Poi c’è stata una progressiva gelata.

Le ragioni le analizzeremo al Congresso. Ma se dovessi dire quello che ho sofferto di più, è la mancanza nell’ultimo anno della costruzione del Partito nuovo. Un partito che si chiama Democratico, deve essere democratico per davvero. Altro che fluido. Leggero. Lo vorrei leggero rispetto alla vecchie pratiche. E pesante, pesantissimo per la forza del suo radicamento tra il popolo, per la forza delle decisioni da affidare agli iscritti, ai militanti, ai cittadini.

Un partito della responsabilità personale. Per questo, pluralista davvero. Con centri di studio, di ricerca, di tendenza culturale e ideale. Ma aperto, e libero da quelle catene di comando che da Roma, giù per li rami, arrivano in tutti i punti della periferia, e incoraggiano l’obbedienza e non la creatività.

Dico questo non perché sono fissato sull’argomento delle correnti. Ma perché le correnti non facilitano la funzione politica del PD. Quel tentatio di suscitare una fase inedita, costituente di partecipazione democratica. Le correnti sono l’intercapedine tra noi e la gente. E lo scarso tesseramento, non è un problema tecnico. E’ il frutto di un’impostazione respingente rispetto al contributo spontaneo, esterno, più libero.

E poi, noi ci siamo sciolti e poi uniti per essere democratici e basta. Non ex di qualcosa. Io, comunista italiano, mi porto nel cuore, con orgoglio, certe radici. Ma nel cuore. Oggi la cesura è totale. Sento la responsabilità di pensieri radicalmente nuovi, legati all’Italia e al mondo di questo secolo. I riformismi del ‘900, confluendo nel PD, hanno dichiarato la loro impotenza a progettare il futuro. Il loro intreccio non può essere giustapposizione. Federazione.

Ma lievito per una cosa radicalmente diversa. Se restano invece come residuali identità organizzative e valoriali dentro le canne d’organo delle correnti, il PD fallisce. Avremmo realizzato un mini-compromesso storico interno. Un’alleanza, non una mescolanza. Tant’è che nell’ultima fase Veltroni mi sembrava più il responsabile mediatore delle sensibilità di ognuno, piuttosto che il Veltroni del Lingotto. Sembrava più il Prodi dell’Unione piuttosto che il profeta di una nuova Italia.

E poi diciamoci la verità: se il compromesso storico ha avuto una sua tragica grandezza con Moro e Berlinguer, con Bettini, Migliavacca, Franceschini e Fioroni sarebbe semplicemente grottesco. Le correnti portano all’indecisione, alla cristallizzazione, al calcolo identitario e di potere. Ci rendono perfino, a causa degli estenuanti equilibrismi, impacciati nel difendere valori, diritti, libertà che potrebbero mordere tra quelli che credettero nel Berlusconi libertario della prima ora.

Alla lunga finiremmo per fare tutti l’arrembaggio, come spezzoni di vecchie storie, ad un fazzoletto di consenso elettorale sempre più risicato. No. Noi abbiamo bisogno di una testa un voto. Di una moderna partecipazione di massa. Di un laboratorio aperto per coraggiosi progetti. Anche temi rilevanti, eticamente sensibili, rischiano se no di essere oggetto di scontri in nome di fedeltà esterne. I dettami della chiesa. Di questo papato. Piuttosto che di un laicismo un po’ retrò e di maniera.

Autonomia dello stato, libertà della chiesa. Questo significa che la sintesi politica su tutto avviene nel campo autonomamente sacro della politica. Senza posizioni ultimative e irriducibili. Non è solo sul millimetrico giudizio di quando la cura si trasforma in qualcosa di diverso che si gioca la possibilità di una rafforzata sintonia tra credenti e non credenti democratici.

Ben altro è il possibile cemento. La convergenza degli animi e delle intenzioni. Il secolo si apre con il fallimento di una visione dell’uomo come puro consumatore e divoratore di oggetti. I capitalisti parlano di riforma del capitalismo. È del tutto evidente che stanno emergendo grandi domande sulle qualità dell’esistenza, del vivere, dei rapporti sociali. L’essere umano, per sua natura, non si fa schiacciare nel presente. Lo spirito si forma e si nutre nel ricordo e nel progetto.

E in questa combinazione tra passato e futuro conquista la sua pienezza e libertà. È qui che si incontra la sinistra democratica (postcomunista, socialista e laica) ed il meglio del pensiero cattolico. Nella realizzazione integrale dell’umano, così vilipeso, scosso, solo, impaurito di fronte ad una cattiva modernità. Ognuno ci arriva a questo impegno partendo da punti diversi. Chi dalla fede. Chi dalla constatazione laica che la vita è il solo dono che abbiamo nel nostro viaggio terreno. E l’etica ci impone di non sprecarlo, per noi stessi e per il nostro vicino.

Può riprendere fiato la grande lezione del Concilio Vaticano II; quella riscoperta, nel segno dei tempi, nella storia, di un comune sentire tra cattolici e non cattolici. Andando in giro spesso qualcuno mi domanda angosciato se esiste ancora una differenza tra destra e sinistra. Io gli rispondo che mai come oggi sento questa differenza. Più di quando la sinistra era alternativa ideologicamente, ma tanto spesso consociativa praticamente. Oggi è la lettura del mondo che ci divide. Con contrasti radicali.

La destra ha paura della modernità. E per questo essa stessa suscita paura. E affronta questa paura invocando gerarchie. Chi sta sopra e chi sta sotto. Ti tocca subire il tallone di qualcuno che ti sta sopra, ma spingi il tallone su quello che ti sta sotto. È una risposta spesso rassicurante, alle insidie e agli imprevisti della vita contemporanea. Ma è una risposta umiliante e mistificante.

Noi abbiamo un’altra ambizione. Si parla tanto di reti tecnologiche e comunicative. Noi vogliamo allacciare reti umane. Che realizzino solidarietà, reciprocità, scambio, arricchimento reciproco. La sinistra è questo. dare ad ognuno, sia esso ricco o povero, intelligente o meno intelligente, sano o malato, la possibilità di esprimere gli straordinari mondi interiori che ha dentro. Non è facile essere credibili per far suonare sincero questo discorso.

Bisogna dare l’esempio. Io ho parlato bene di tanti nostri amministratori. Ma nel Partito ci sono troppe abitudini che ci fanno assomigliare agli altri. Non ci dobbiamo meravigliare che poi contro certe candidature più di apparato, vincano o stravincano in molte primarie candidati meno noti, meno blasonati, ma avvertiti più in sintonia con i cittadini.

D’altra parte se si sfoca la visione, prevale l’interesse personale, il mestiere, la manovra. E la gente allora vota Berlusconi, perché almeno, a differenza di noi, agli italiani non gli fa la predica e risulta meno antipatico. La politica è anche testimonianza. Pasolini, quasi urlando, disse, "Il fascismo l’ho vissuto sul mio corpo".

Sì . La politica è idea, contenuti, ma anche comportamenti, modi. E paesaggio umano. Noi non vinceremo Berlusconi attaccandolo di più. Noi lo vinceremo se saremo diversi da lui. Se proviamo a dare all’Italia un profilo alternativo, politico, culturale, comportamentale. L’egemonia, che non è potere, è voglia di segnare un passaggio d’epoca.

O ci prova il PD o ci sarà la risacca. Vale davvero la pena provarci ancora.

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permalink | inviato da redazionepd il 28/4/2009 alle 14:47 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa

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