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21 ottobre 2010
Un anno da segretario, fai la tua domanda a Bersani
Il segretario del Partito Democratico, Pier Luigi Bersani, incontrerà i giovani del PD lunedì 25 ottobre, alle ore 16,30, al Tempio di Adriano (piazza di Pietra, a Roma).

L’appuntamento, che si svolge ad un anno esatto dalle primarie, sarà l’occasione per fare il punto sul partito e per confrontarsi sui principali temi dell’attualità politica.

Il segretario del Pd incontrerà 150 giovani del partito e risponderà alle loro domande.

L’iniziativa sarà trasmessa in diretta tv su Youdem, canale 813 di Sky, e in streaming sul sito www. Youdem.tv.

Inviateci le vostre domande da fare a Pier Luigi Bersani o con un commento a questo post o inviando un sms al 345.6504116




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7 ottobre 2010
ASSEMBLEA PD, discuti con noi i documenti preparatori dei gruppi di lavoro

Su www.partitodemocratico.it/assembleavarese  pubblichiamo i documenti che saranno discussi all'Assemblea PD di venerdì e sabato  su scuola, agricoltura, fisco, piccole e medie imprese, trasporti e mobilità, autonomie locali, federalismo, immigrazione.TUTTI I DOCUMENTI PUBBLICATI SONO LE BOZZE DI PROPOSTA CHE SARANNO DISCUSSE DALL'ASSEMBLEA. I DOCUMENTI DEFINITIVI SARANNO DISCUSSI E VOTATI DOPO IL DIBATTITO E SARANNO PUBBLICATI ALLA CONCLUSIONE DELL'ASSEMBLEA.L'assemblea sarà trasmessa in diretta su YouDem.TV dalle 15.30 e tutti gli aggiornamenti saranno disponibili nello speciale. Se volete commentare l'assemblea inserite nei vostri post il tag ASSEMBLEA PD e appariranno direttamente nel nostro speciale.

Ecco il link al documento indice


5 dicembre 2009
Una piazza viola che dice no a Berlusconi. Bindi: "Non mettiamoci il cappello".
Piazza San Giovanni piena a Roma per il NO B DAY la prima manifestazione autoconvocata via internet per chiedere le dimissioni del premier Silvio Berlusconi. Un corteo, partito con inusuale puntualita' da Piazza della Repubblica alle 14, tutto viola.E' stato il viola, colore scelto perché ''non occupato ancora dalla politica'' e come simbolo ''di quegli italiani che non vogliono 'violare' le leggi'', a predominare nella giornata del 'No B' di Roma.
Tra i tantissimi striscioni che hanno sfilato, mischiati tra quelli dei precari dell'Alitalia o del Comitato 'No Ponte', c'erano cartelli dal sapore sarcastico con su scritto: ''Viva Panama'' o ''Questo e' il miglior corteo degli ultimi 150 anni''.

''Qui non c'e' un popolo di frustrati, ma di indignati – ha detto la presidente del Pd, Rosy Bindi sfilando nel corteo, con tanti applausi - sono qui per capire qualcosa di più di quello che abbiamo letto in questi mesi sul web. Quando le persone si incontrano - ha continuato - c'e' sempre un valore aggiunto, ed e' molto positivo che qui ci siano molte persone, soprattutto giovani e donne che ancora hanno una capacità di indignazione e reazione rispetto alla vita del paese''.
A questo proposito, la Bindi ha sottolineato che le polemiche sul  Pd  e il 'No B. Day' sono ormai superate: ''Il fatto che io sia qui, che sono il presidente, vuol dire che queste divisioni sono superate''. E ai cronisti che le hanno fatto presente che diversi esponenti del partito erano assenti ha risposto con una battuta: “Ci fosse stato tutto il PD non sarebbe bastata piazza San Giovanni. Del Pd ce n'e' un po' perché questa e' una manifestazione di liberi cittadini. Chi e' voluto venire in piazza ci e' venuto, non ci dividiamo su questo. Per fortuna c'e' una cittadinanza che si indigna, che si ribella, che chiede libertà e il rispetto della Costituzione. Le alternative al governo di centrodestra si costruiscono con le parole fondamentali per la vita democratica: legalità, libertà, partecipazione e solidarietà".
                                                                                                                                                            Certo non mancavano i militanti e i circoli democratici, così come il capogruppo alla Camera, Dario Fanceschini, il vicepresidente del PD, Ivan Scalfarotto, e Ignazio Marino, Giovanna Melandri e Walter Verini, Rosa Calipari e Paolo Concia, Debora Serracchiani e Giuseppe Civati.

Entrambi gli ex candidati hanno affidato a twitter le loro considerazioni. Franceschini ha scritto: “Al ‘No B day’ mi inseguono le telecamere. Ma noi parliamo sempre. Oggi sto zitto perché devono parlare le ragazze e i ragazzi che sono qua".E Marino: “La legge è uguale per tutti. In questa piazza c'è il popolo italiano e questo è il posto del Partito Democratico. La piazza è piena di iscritti e simpatizzanti del partito. Non dobbiamo dimenticare queste persone nel fare opposizione al governo Berlusconi. In centinaia di migliaia ci stanno chiedendo oggi legalità e trasparenza, anche nel modo in cui vogliamo diventare ed essere alternativa a Silvio Berlusconi. La sensazione di una difficoltà del Pd nel rapporto con questa piazza è in larga parte costruita. Io ho pensato sin dal primo giorno che sarebbe stato importante partecipare e si vede oggi che è una giornata importante”.

La manifestazione non è stata trasmessa in diretta da una delle reti principali della RAI, ma solo da RaiNews24 e da YouDem, come ha denunciato anche il senatore democratico Vincenzo Vita: “Sono addolorato per il no alla diretta del Tg3 sul No-B day, si tratta di una grave miopia aziendale. Si tratta di un evento, al di là del colore,e i vertici Rai dimostrano così inadeguatezza. Il Pd di fatto c'è. Io spero che da qui parta l'unità dell'opposizione, una necessità perché bisogna sconfiggere Berlusconi che è un pericolo democratico".

Rosy Bindi aveva annunciato già  ieri la sua presenza al corteo: “Avevo detto che se non fossi stata presidente del Pd sarei andata alla manifestazione e ieri Bersani ha risolto il mio conflitto di interessi. Parteciperò come tanti nostri militanti, dirigenti ed elettori del Pd. Sarò insieme a loro: devono sentirsi a casa loro nella piazza e nel Pd. Non abbiamo mai voluto strumentalizzare un’iniziativa nata dal basso, con il tam tam della rete. Un grande partito non cerca di appropriarsi della piazza ma ne rispetta l'autonomia. Come ha detto Bersani  tutti devono dare una mano a unire e non a dividere l'opposizione, per costruire insieme un progetto efficace di alternativa alla destra di Berlusconi”.

Poi a San Giovanni parlando coi manifestanti ha spiegato: “Noi in Parlamento facciamo già opposizione e la facciamo bene, e faremo opposizione anche nelle piazze, nelle manifestazioni che il Pd ha organizzato, (vedi lo speciale www.partitodemocratico.it/1000piazze)  oggi siamo qui ad ascoltare, ma non ci mettiamo il cappello. Sinceramente mi ha dato fastidio vedere le bandiere di alcuni partiti al No B-Day, mi è piaciuto più il viola del bianco e degli altri colori. Ma da domani l'opposizione sarà più forte".

2 settembre 2009
l'haiku di Zoro (8 & 9)

Agli stand non se n’è accorto nessuno che passava Marino. Lo fermavano solo alla cassa per dirgli: “Ha pagato?”

Visto il Giappone? Lo schema prima o poi funziona…dobbiamo solo aspettare 60 anni.

All’acquario mia figlia cercava Franceschini e Bersani: “Papà, i camaleonti…” 

All’acquario mi sono fatto ‘sto faccia a faccia coi piranha, stavano immobili e mi guardavano. Sembrava di essere entrati a una riunione di ItalianiEuropei

 

(Zoro, Festa Democratica di Genova, puntata 9 e 10 di DLD)

Ecco le 2 puntate 31 agosto

 

 

e 1 settembre


24 giugno 2009
PD in NETWORK
Passate le elezioni sono tanti i post dei nostri esponenti sul PdNetwork.
Per chi se ne fosse perso qualcuno pubblichiamo una serie di link.
Comiciamo dall'annuncio delle candidature a segretario del Partito Democratico di Pierluigi Bersani e di Dario Franceschini, ma sono state postate anche le analisi del voto alle amministrative di Piero Fassino e Luigi Berlinguer, le riflessioni sul referendum di Stefano Ceccanti, l'appello "Per il PD che vogliamo" firmato da oltre 100 esponenti dei democratici.

La direzione del PD stabilirà nella prossima riunione i tempi e le modalità per tutte le candidature e il PdNetwork offrirà spazio a tutti i candidati per il dibattito, nel frattempo vi segnaliamo il post di Anpo, "Il contributo del Network" già messo in evidenza nei giorni scorsi.

PS: questo è un "post in progress", che aggiorneremo giorno per giorno


29 aprile 2009
Il dibattito dei Democratici: Pier Luigi Bersani

Pubblichiamo l'intervento tenuto giovedì 23 aprile 2009 a Roma, al convegno L’italia nel mondo, "Uno sguardo oltre la crisi" da Pier Luigi Bersani.

Portare lo sguardo oltre la crisi, come cerchiamo di fare, non vuol dire, evidentemente, che vogliamo distoglierlo dal presente. Nel nostro impegno politico e culturale, siamo tutti in campo per fronteggiarla questa crisi, per metterci al fianco dei protagonisti di questa crisi e, nel suo specifico ruolo – Visco lo ricordava – Nens cerca di alimentare quotidianamente analisi e proposte utili nell’immediato. E metteremo i temi della crisi dentro il grande appuntamento di confronto politico-elettorale nel quale ci sentiamo impegnatissimi, con tutte le nostre forze e la nostra convinzione.

Tuttavia ci sembra giusto cercare di guardare un poco più in profondità la situazione, un poco più avanti. Lo abbiamo fatto – si ricordava – a Pisa con "Manifutura". Lo facciamo qui, cercando, in sostanza, di cominciare ad accumulare materiale di analisi e di progetto per contribuire alla costruzione di un punto di vista che abbia fondamento e che abbia una sua autonomia.

Qui c’é un punto, secondo me, cruciale. Con la crisi bisogna che ci sia una ripresa di critica della realtà e una ripresa della capacità di costruire un pensiero aperto, dialogico, colloquiale. Chiuso a nulla, ma che abbia un punto di vista e un profilo di autonomia. Questo non é un percorso semplice. Nessuno può dire di avere in tasca delle soluzioni. Provo, però, a prendere qualche spunto che é già uscito dagli interventi del pomeriggio e metterlo lì, come primo punto fermo.

Cominciamo col dire che questa crisi non può essere interpretata, né venduta nel senso comune, come un incidente, un inciampo. Noi ne siamo convinti, ma fuori si sta recitando un altro film. Siamo a descrizioni quotidiane e del tutto virtuali dell’andamento di questa crisi; un giorno siamo nella crisi, un altro giorno riparte la produzione. Fassina diceva: può darsi, lo speriamo, che si sia al pavimento; ma il pavimento é molto, molto basso. Non sappiamo se ci saranno altri scalini, non sappiamo come sarà il possibile andamento di una ripresa. Se c’é qualcuno che vede in fondo al tunnel uno spiraglio, c’é anche chi non è ancora entrato nel tunnel e che vede il tunnel arrivare. Cominciamo dunque ad uscire da queste rappresentazioni virtuali che ci vengono propagandate quotidianamente, non solo nel confronto politico, ma qualche volta anche da troppo facili affermazioni di rappresentanti di soggetti sociali.

Ora, non è un inciampo questa crisi, non è semplicemente una sequenza tra bolla immobiliare, crisi finanziaria e crisi economica. Tutto questo c’é naturalmente, ed ha pesato molto. Ma quello che stiamo vivendo appartiene ad uno sfondo più complesso.

In questo contesto complesso ci sono diverse cose. Innanzi tutto certamente c’é stata una forza progressiva costituita dal salto tecnologico che abbiamo vissuto alla fine degli anni Settanta. Un salto tecnologico che ha ristrutturato completamente i meccanismi di produzione, mondializzandola, cercando la minimizzazione dei costi, cercando l’aumento di valore delle azioni, cercando i meccanismi just in time, con sviluppo di tecniche finanziarie che sono nate innocenti, perché in fondo dovevano in qualche modo mettersi al servizio di questa grande novità. Una novità che doveva provocare una scomposizione, per esempio, negli assetti proprietari delle imprese; l’esigenza di avere capitali a sostegno di nuove avventure industriali, sospinte da un salto tecnologico da diffondere nelle diverse parti del mondo. E tutto questo, come capita sempre quando si è di fronte all’irrompere di un ciclo tecnologico, ha chiesto rotture di argini, politiche liberiste e deregolative. Poi, abbiamo detto, in quel contesto vi sono state particolari politiche economiche, particolari teorie economiche, come abbiamo sentito dal prof.Artoni. Equilibri geo-politici che si sono riorganizzati.  Possiamo raffigurare la vicenda in modo un poco impressionistico: abbiamo avuto un paese, gli Stati Uniti, con un enorme deficit corrente che, invece di distribuire redditi, salari, welfare, ha distribuito mutui e carte di credito; abbiamo avuto un paese come la Cina, che ha prodotto tutto, consumato nulla e trasferito il surplus a finanziare il debito americano, tra l’altro producendo merce a basso costo e, quindi, rompendo così il termometro che poteva segnalarci la febbre, perché questo meccanismo ha tenuto bassa l’inflazione.

Abbiamo avuto paesi produttori di petrolio che hanno messo in giro tonnellate di denaro nel mondo, senza assorbire in proporzione beni e servizi. Abbiamo avuto continenti e paesi anchilosati che non hanno potuto esprimersi, che si sono visti abbassare il potenziale: il Giappone e l’Europa hanno mostrato, per vari motivi, difficoltà ad adottare misure strutturali necessarie per crescere.

E sopra a tutto questo abbiamo avuto strumenti di governance globale deboli o asserviti, privi di una vera corresponsabilità, totalmente asimmetrici tra peso economico e peso politico dei diversi paesi. Uno squilibrio che, peraltro, trova il suo acme anche simbolico nell’unilateralismo nel determinare la pace e la guerra.

E sotto a tutto questo, abbiamo avuto il tumulto della globalizzazione, con tutte le sue contraddizioni, le luci, le ombre, il bene, il male. Una crescita economica forte, ma parzialmente drogata; un accesso alla produzione e ai consumi di più di un miliardo di persone; un aumento impressionante delle disuguaglianze e la polarizzazione dei redditi; una tensione sulle materie prime e sulla biosfera; migrazioni; effetti dumping verso diritti e conquiste ormai acquisite nei paesi cosiddetti maturi; sviluppo, via via, di una finanza che, persa l’innocenza, ha cominciato a consegnare delle tecniche in grado di cancellare la rischiosità, di diffonderla nel mondo fino a non renderla più percepibile, fino a portarci quasi naturalmente al disastro a cui siamo arrivati; fino a portarci, e questo andrebbe ricordato, a ridurre a merce i luoghi stessi della produzione, la produzione in quanto tale, ridotta a meccanismo di valorizzazione fittizia di operazioni di tipo finanziario. Ora, è inutile sottolineare come tutto questo – abbiamo sentito da Sua Eminenza il Cardinale Silvestrini parole che ci hanno molto colpiti – abbia inciso sulle relazioni umane, sugli atteggiamenti culturali, sull’etica pubblica.

E tutto questo, e altro ancora, è stato sostanzialmente affidato alla capacità di autoregolazione del mercato: globalizzare tutto, ma non le regole; il sistema trova da sé un dinamismo piacevole e un aureo equilibrio. Questa è la sostanza dell’egemonia neoliberista e dei suoi paradigmi, e anche del suo compromesso con i paesi emergenti; perché questi paesi, Cina in testa, si sono ben guardati dall’applicare le ricette del Fondo Monetario Internazionale. Dopo di che, hanno trovato un loro compromesso, funzionale allo scenario nuovo.

Adesso questa fase si chiude con una recessione senza precedenti. Come se ne esce, come si farà a non dar la molla agli stessi meccanismi? Che cosa finisce qui, precisamente? Che cosa pensiamo finisca qui? Non certo il capitalismo, non certo la globalizzazione, non certo la finanza! Qui finisce una fase ad impronta liberista della globalizzazione e non finisce perché c’è Obama, c’è Obama perché finisce! Questo è il punto attorno al quale cercare di evitare tendenze restauratrici di meccanismi che si sono rivelati disastrosi ed impostare una nuova battaglia culturale e politica; una nuova strada da intraprendere. Da più parti adesso si torna ad invocare la politica. Ma come avviene questo? In quali condizioni, con quali ambiguità? Per una lunga fase la sinistra politica ha visto indeboliti i suoi paradigmi, che erano e sono, sostanzialmente, legati all’idea di un compromesso sociale di cui la nuova economia voleva e poteva fare a meno. Questo, credo, è ciò che ha consentito che la globalizzazione desse gli schiaffi solo da quel lato.

C’è qui una critica che viene dalla sinistra cosiddetta radicale, che accusa la sinistra riformista di essere stata complice. Il fatto è che si è determinato uno spiazzamento in un mondo che ha pensato di poter fare a meno di un compromesso tra economia e società, e che l’economia potesse autoregolarsi e regolare tutto. Quando sei spiazzato diventa difficile dire dove sei vittima e dove sei complice! In quel contesto, al contrario, la destra ha giocato tutte le parti in commedia, interpretando sia le prospettive di dinamismo, le prospettive di libertà, di deregolazione, di opportunità che questa fase offriva, sia le paure, le difese che questa fase suscitava. Hanno fatto tutte le parti in commedia, hanno accumulato consenso giocando da tutti i lati di questo universo in movimento. E se vogliamo andare ancora più a fondo, la fase che abbiamo alle spalle, con i suoi univoci paradigmi tecnologici e di mercato, ha chiesto alla politica prevalentemente della leggerezza, della comunicazione, della buona retorica, del cabotaggio limitato. Fino a snervare quasi il senso della politica. Non il senso degli eccessi della politica, da cui ormai l’esperienza del Novecento dovrebbe averci vaccinato: ma il senso stesso della politica, della possibilità degli uomini di governare un poco la loro vita comune.

E quindi adesso la politica, pur invocata, si presenta molto indebolita. Del resto puoi ancora trovare, se parli di politica, qualcuno che ti accusa di novecentismo. Abbiamo in giro ancora un nuovismo estremo, estenuato, che continua a non rendersi conto che sta vendendo un prodotto scaduto. Certamente, tuttavia, la domanda di politica si presenta con delle ambiguità; non si presenta come esigenza di partecipazione, esigenza di progetto, esigenza di protagonismo. Prevalentemente si presenta come esigenza che lo Stato intervenga sul mercato per parare i colpi della crisi e/o per rimettere di nuovo in pista dei meccanismi precedenti alla crisi.

Qui c’é una richiesta carica di una giusta esigenza di riparo dalla crisi, ma anche – come dicevo – carica di ambiguità. C’é il rischio cioè che tutto avvenga in una sorta di complicità implicita fra delle oligarchie, secondo la folgorante frase di Galbraith: i ricchi scoprono il socialismo quando ne hanno bisogno loro! Bisogna che facciamo un pò di attenzione.

Diciamo, dunque: intervento pubblico sì, ma per che cosa? Pare che i due o tre punti fondamentali vengano fuori dal pomeriggio di oggi. Primo punto: ci vogliono degli aggiustamenti su diversi piani. Certamente un aggiustamento dal lato delle regole di finanza, delle regole di contabilità, di capitalizzazione, dei paradisi fiscali. Anche qualcosa in più: nel momento in cui tutto il mondo sta dando soldi alle banche, riusciremo a capire che mestiere precisamente dovranno fare le banche? Che mestiere precisamente dovranno fare gli intermediari finanziari? Riusciremo a capirlo? E riusciremo a capire chi controlla chi? Stiamo forse pensando che siccome una riforma è ragionevole, viene da sé? Io non ci credo.

Io credo che la produzione di finanza sia diventata un soggetto reale in questo mondo e che non si lascerà riformare così tranquillamente. E, quindi, qui c’è un terreno di battaglia per le forze progressiste e democratiche del mondo e per noi con loro.

Il secondo aggiustamento riguarda il governo mondiale dei fatti economici e, quindi, gli istituti sovranazionali e le loro riforme: Banca Mondiale, il Fondo monetario, ecc.. Sovranazionalità nelle quali tutti si riconoscano: quelli forti, quelli deboli, quelli emergenti. Non dove uno pensi di dettare il compito agli altri! Ma l’aggiustamento più importante, secondo me, che emerge con forza dalla discussione, è quello che riguarda l’economia reale, che riguarda cioè i modelli economici e sociali, le loro reciprocità, e l’esigenza di dare più equilibrio e più stabilità alla globalizzazione, di ridurne le zone d’ombra, le incertezze, le ingiustizie.

Ecco il punto: nel post-crisi la vera sfida delle classi dirigenti dei grandi paesi e delle grandi aree starà nella costruzione di mercati interni più dinamici, equilibrati, orientati in particolare a consumi collettivi nel campo sociale, nel campo della conoscenza, nel campo ambientale; e la sfida è che questo avvenga senza forti effetti protezionistici, ma in un quadro bilanciato di coordinamento e di corresponsabilità. Bisogna disciplinare le politiche economiche e orientarle ovunque ad un migliore equilibrio tra economia e società, cercando stabilità e coesione attorno ai fondamentali, che sono il lavoro, la qualità della produzione e dei consumi, la redistribuzione, la riduzione delle disuguaglianze, la partecipazione femminile, le tutele sociali a impronta universalistica, la diffusione delle tecnologie e delle conoscenze, le innovazioni in campo energetico e ambientale. Questi sono i terreni su cui Usa e Cina, dopo le prime scelte già fatte, dovranno produrre avanzamenti e su cui l’Europa ha qualcosa da dire. Il modello sociale europeo nelle sue migliori espressioni, in tutti questi anni, ci é parso anchilosato. Molti ce lo hanno presentato come un ferrovecchio, una cosa da buttare. Bisogna che rileggiamo la vicenda europea alla luce della crisi.

In quell’affaticamento del modello europeo c’erano e ci sono certamente dei fatti reali, ma ci sono anche degli effetti ottici. Nei fatti reali, ad esempio, mettiamoci l’invecchiamento della popolazione o l’ambiguità non risolta tra dimensione nazionale e dimensione continentale dei mercati.

Sono limiti oggettivi, reali, ma attenzione: molte difficoltà (ecco l’effetto ottico) sono venute sull’Europa dalla frusta di una globalizzazione troppo squilibrata, che ha determinato degli effetti dumping sulla compatibilità dei carichi fiscali, sui sistemi di welfare, sui diritti e le conquiste del lavoro. Il modello sociale europeo va riformato, ma va preservato. Semmai va chiesto all’Europa di mettersi in marcia per avere un ruolo più significativo in questo equilibrio mondiale. Noi non possiamo più immaginare il riformismo in un paese solo e in un continente solo. Abbiamo bisogno che nuove dinamiche, e non é una speranza immotivata, possano prendere piede nelle diverse aree del mondo.  Ed è qui che si misura il fallimento delle destre europee, che hanno accumulato consenso incoraggiando meccanismi difensivi ed euroscetticismi, ed adesso si trovano a chiedere che l’Europa corra mentre l’hanno azzoppata. Ancora adesso sento criticare l’Europa, benissimo. Noi critichiamo l’Europa, ma noi abbiamo qualche ragione e qualche titolo per criticarla. La destra sta governando una ventina di paesi europei, ha espresso la Commissione europea: vorrà farsi carico di qualche responsabilità sulle difficoltà, sull’impotenza che l’Europa ha espresso in questo periodo? Qui c’è la ripresa di iniziativa delle forze progressiste! Quello che ho detto fin qui ha un’intima coerenza coi valori che conosciamo noi, valori di uguaglianza, valori popolari di partecipazione, di emancipazione, di solidarietà. Valori liberali di un mercato che sia il luogo delle regole, non il luogo dove si distruggono le regole. É l’idea semplice e chiara, credo veramente popolare, di un mondo e di una società dove nessuno può star bene da solo. Dove anche gli altri devono star bene se vuoi star bene tu. Perché la ruota dell’economia gira così. La ricchezza non può concentrarsi in una parte limitata della popolazione, non puoi andare avanti con delle bolle che sono torte fittizie che portano il dolce sempre dalla parte di qualcuno e l’amaro dalla parte di qualche altro, perché l’economia così non gira, e prepara un brusco risveglio per tutti. Vogliamo quindi un mondo nel quale ci sia tra società ed economia un equilibrio più giusto.

Noi abbiamo avuto dal dopoguerra agli anni Ottanta una crescita accompagnata da processi di riduzione delle disuguaglianze. Sarà un caso che in quel periodo, con tutte le crisi e le difficoltà, la politica aveva legittimazione e credito? Penso di no. Dal 1980 in avanti noi abbiamo avuto una fase nella quale la crescita (avvenuta peraltro non in una misura superiore rispetto alla fase precedente) ci ha portato ad un aumento delle disuguaglianze. Adesso bisogna prendere una nuova strada.

Non voglio discutere qui dell’impatto che questa fase ha avuto sul sistema italiano. Sottolineo solo alcuni problemi emersi, sapendo bene che non ci sono stati solo problemi ma anche acquisizioni. E’ tuttavia dei problemi che dobbiamo occuparci. Possiamo riassumere: abbiamo avuto difficoltà ad assorbire il ciclo tecnologico, per la nostra struttura produttiva; abbiamo avuto un cedimento della nostra struttura capitalistica fondamentale, davanti ai processi di apertura dei mercati sospinta dalla finanza internazionale; abbiamo avuto una micidiale concorrenza sul sistema industriale con una reazione selettiva avvenuta solo dopo la frustata dell’euro; abbiamo avuto l’acuirsi dei dualismi, sia in campo sociale, sia in campo territoriale; abbiamo avuto l’insofferenza crescente di ceti e aree esposti alla globalizzazione, sia con la voglia di svincolarsi dai lacci del sistema, sia con la voglia di difendere le condizioni acquisite. E’ quella che chiamiamo questione del nord: una metafora, in realtà, di tutti i ceti dinamici più esposti ai processi di globalizzazione e al timore di riduzione delle acquisizioni. Infine, abbiamo avuto la difficoltà di introdurre riforme strutturali per debolezza della politica, ma anche per un debito pubblico venutoci anch’esso dagli anni 80. Sappiamo bene infatti che le riforme richiedono un investimento iniziale; altrimenti si finisce in un "comma 22": per fare le riforme ci vuole il consenso e se non hai le risorse per ammortizzare gli effetti negativi di partenza delle riforme non hai il consenso e, di conseguenza, non hai le riforme. Alla fine e in sostanza, abbiamo avuto una crescita piu’ bassa rispetto ad altri, una riduzione delle performance relative ad ogni livello, a cominciare dal pil pro-capite, dalla produttività dei fattori ed altro.

Dentro a questa vicenda c’è stata anche una riorganizzazione della politica. Credo si possa dire che questa riorganizzazione è stata segnata all’inizio degli anni Ottanta dai condizionamenti ormai estenuati della logica dei blocchi, poi dal vuoto lasciato dalla fase della caduta del muro e dall’impronta di anti-politica con cui quel vuoto si andava colmando.

Abbiamo avuto una fase di consolidamento bipolare, che mi pare stabilizzato nella sua essenzialità, ma irrisolto nelle sue forme; abbiamo avuto una fase nella quale Berlusconi ha riorganizzato e reso utilizzabile per il governo del Paese tutto il campo del Centrodestra, (questa e’ stata la vera novità!) e nella quale il Centrosinistra ha conteso il governo del Paese, non senza risultati, a cominciare dal grande appuntamento europeo, ma senza trovare ancora, nonostante l’Ulivo di Prodi (che vorrei salutare anche da qui manifestandogli tutta la nostra simpatia e il nostro affetto) e nonostante il Partito Democratico, una vera organizzazione del campo. Nessuno, nemmeno Berlusconi, e’ riuscito davvero a sfondare nel campo altrui.

Le potenzialità del ricambio ci sono in questo Paese, ma agisce ancora la presa di una leadership conservatrice, con tratti fortemente ideologici, (tutte le ideologie nascono dichiarando la fine delle ideologie. E anche questa e’ nata così e ce la ritroviamo in campo). Credo, quindi, che la capacità di combattere con una nostra identità non sia tema irrilevante a fronte di una destra sempre tentata dal mettere il consenso davanti alle regole, il consenso facile davanti allo sforzo difficile di progettare una riscossa del Paese. Oggi per la destra il consenso c’è, la comunicazione c’è, la stabilità c’è, ma risultati misurabili non ne vengono. E quindi io trovo che Berlusconi sia ancora abbastanza giovane per essere sconfitto ancora, se siamo in condizione di crescere e di organizzare il campo.

Rimando ad un testo più ampio e meno improvvisato una analisi del lavoro da fare. Dico solo che tutto muove da un concetto: nel quadro che abbiamo descritto fin qui, noi siamo il Paese sviluppato dopo gli Usa che ha il maggior divario tra i redditi e fra le ricchezze, siamo il Paese che ha il maggior divario fra i territori, questo in assoluto. Siamo il Paese sviluppato che ha la minore mobilità sociale, siamo il Paese dove la sclerosi dei passaggi generazionali è di gran lunga superiore a quella di qualsiasi altro luogo, in tutti i campi: la politica, l’impresa, la ricerca.

Queste tre fratture hanno a che fare, con tutta evidenza, con la bassa crescita di questo Paese. Se facciamo il confronto europeo con chi ha in misura minore queste fratture, vediamo che la sua dinamica di crescita è tra le più alte. Quindi sotto queste tre fratture esistono le energie imprigionate da risvegliare. Credo che sia questo il punto sul quale organizzare il grande patto nazionale, sociale e generazionale. Senza prendere il patto un pezzo alla volta. Se mi dici che scambi la previdenza con gli ammortizzatori per i giovani mi stai parlando di una cosa che interessa, ad esempio, in grande misura solo una metà del campo sociale. Bisogna mettere in gioco tutto il campo: nazionale, sociale e generazionale. Affrontarne dunque tutti i nodi veri. Per cominciare, se parliamo di redistribuzione, parliamo di fisco, contrattazione, welfare. Sul fisco sappiamo che non potrà esserci progressività fiscale, né riduzione delle tasse senza una maggiore fedeltà fiscale: è qui la vera differenza nostra al confronto con gli altri paesi. Sappiamo anche che non possiamo colmarla con metodi giacobini o pedagogici. L’esperienza ci insegna qualcosa. Bisogna darci una prospettiva, un obiettivo: io dico una Maastricht della fedeltà fiscale, anche con uno scarto del 3% con la media europea, e arrivarci con meccanismi di dissuasione e incentivazione, in modo che una parte dei risultati che ottieni venga automaticamente restituita in riduzione per chi le tasse le paga. Però bisogna arrivare all’obiettivo, perché se non ci si arriva dopo tre-cinque anni, allora il ragionamento cambia.

Se vale l’idea che ( e mi riferisco al ministro Tremonti che in due occasioni, parlando di terremoto a L’Aquila, per il quale noi stessi diciamo che non c’è bisogno di mettere tasse, ha affermato che non metterà le mani nelle tasche degli italiani) se vale l’idea che perfino davanti a un terremoto pagare le tasse è farsi mettere le mani in tasca, perché mezzo paese dovrebbe farsi mettere le mani in tasca? C’è un limite: bisogna che stiano attenti alle parole. Perché in questa crisi sta cedendo la fedeltà fiscale, si sta abbassando ancora l’asticella. Se la manovra anti-ciclica la si fa abbassando l’asticella delle regole, si semina un vento che porterà tempesta! Due parole sulla contrattazione e sul sindacato: credo che sia di interesse generale una contrattazione che distribuisca meglio i guadagni di produttività; che, pur nella giusta priorità dell’occupazione, escluda meccanismi che, invece di rafforzare, riducano tendenzialmente il potere d’acquisto; che si occupi più di tutelare le condizioni di progressione lavorativa delle donne. Un’impostazione del genere deve avere un accompagnamento normativo. Laddove i contratti non sono più in condizione di garantire un salario minimo di sopravvivenza, di sussistenza, bisogna intervenire. Così come bisogna intervenire sul tema dell’unificazione graduale delle condizioni normative del lavoro, a cominciare dai meccanismi di ingresso. In questa nuova fase io credo che si tornerà a valorizzare il ruolo del sindacato, naturalmente se, a sua volta, il sindacato, come tutti dobbiamo fare, prenderà l’occasione dal lato del rinnovamento. Viviamo in Italia una fase molto difficile, molto rischiosa. Non possiamo non vedere come modelli di sindacato legittimamente diversi tendono ad alludere a modelli sociali diversi e forse (io spero proprio di no) addirittura a blocchi sociali o perfino politici diversi. Questo sarebbe per il mondo del lavoro la ferita finale. Davanti a questo rischio bisogna mettere inventiva e generosità, da parte di tutti. Che ci siano modelli diversi, idee diverse di sindacato, e’ perfettamente compatibile con una unità dialettica che nei momenti critici trovi il modo di comporsi misurando il consenso. Naturalmente le forze politiche non devono occuparsi direttamente di questo. Ma per evitare quella ferita, è importante affermare che il lavoro, il nuovo lavoro è il luogo centrale del progetto politico. Da quel progetto, da quella idea di società, deriva l’autonomia del punto di vista della politica.  L’ho detto per la contrattazione, ma posso dirlo per il welfare. L’unica reale alternativa ad un welfare universalistico può essere solo un mondo dove i ricchi il welfare se lo pagano da sé, gli occupati usano una bilateralità non integrativa, ma sostitutiva e i poveri si affidano all’assistenza. In poche parole, questa è l’alternativa. Noi non siamo d’accordo, noi siamo per modelli universalistici. Però, attenzione: la sostenibilità, la compatibilità, l’efficienza, la sussidiarietà di questi modelli sono problemi drammatici, rilevantissimi. Chi se non noi, può specializzarsi nelle sostenibilità del welfare universalistico? Qui tensione politica e capacità di governo trovano il massimo di saldatura . Siamo noi in Italia ad avere le migliori esperienze. Dobbiamo farle esprimere in una dimensione strategica.  Altro banco di prova per noi è la ripresa, su basi nuove, della questione meridionale. In primo luogo dovremmo riconoscere che al federalismo si può e si deve chiedere più responsabilizzazione e più efficienza. Venderlo come una panacea sarebbe una mistificazione. In secondo luogo, è dimostrabile che una politica di modernizzazione del paese ( welfare di cittadinanza, liberalizzazioni, riduzione dell’intermediazione amministrativa ecc. ) è di per sè una politica meridionalista. La voce del sud deve dunque parlare al paese e proporre le riforme di cui anche il nord ha bisogno. Le risorse aggiuntive devono esserci e devono rivolgersi con meccanismi premiali a chi raggiunge standard di diritti di cittadinanza ( dalla legalità alla scuola ai rifiuti); devono rivolgersi altresì ad una stabile e automatica convenienza agli investimenti. Le luci e le ombre di anni di protagonismo autonomistico regionale e locale del sud non possono essere sostituiti dalla subalternità e dal vassallaggio di classi dirigenti locali a cui il sovrano porta la chiave del consenso e quindi della sopravvivenza, in cambio del silenzio sui problemi. Protagonismo e autonomismo nel sud restano l’unica chiave possibile per una riduzione del divario.  Venendo alla questione della mobilità sociale e generazionale va riconosciuto che i meccanismi di blocco della mobilità hanno un nome e cognome. Si chiamano: qualità e durata dell’istruzione e della formazione; accesso difficile e ritardato alle professione e alla vita lavorativa; politiche della casa. Più in generale si tratta di abbattere ad ogni livello i meccanismi relazionali e di accettare ad ogni livello quei meccanismi di valutazione che possono portare dal cielo alla terra il concetto di merito.

Per un paese come il nostro si tratta di aprire un fronte di combattimento e di riforma durissimo ma ineludibile e capace di richiamare forze oggi disimpegnate e scettiche rispetto alle possibilità di cambiamento . Naturalmente le politiche che ho sommariamente elencato fin qui hanno bisogno di una base produttiva competitiva e di istituzioni e di una pubblica amministrazione riformate. A Pisa, con Manifutura, abbiamo descritto quale potrà essere il nostro ruolo nella nuova divisione internazionale del lavoro. Il programma industria 2015 resta la traccia fondamentale sia nella ispirazione concettuale sia negli strumenti . Non riprendo nulla di quei contenuti, i materiali sono a disposizione.  Segnalo solo che quella impostazione presuppone il primato, della produzione, del lavoro, della ricerca e dei servizi qualificati sulle rendite di ogni genere, sull’assistenzialismo, sull’intermediazione parassitaria, sui conflitti di interesse; segnalo altresì che quella impostazione presuppone una certa organizzazione sociale. Ad esempio, una certa fisiologia nei processi di immigrazione; il che significa evitare con fermezza che i problemi che ne derivano si scarichino disordinatamente sulla parte più debole della popolazione provocando regressioni culturali e politiche. Spero che si sia anche compreso, da quella impostazione, quale è per noi il significato dell’impresa. L’impresa e l’imprenditore ( capitalistico o cooperativo che sia) che crede nell’innovazione e nella dignità del lavoro fa pienamente parte del progetto, è necessario protagonista del nostro progetto. Per la pubblica amministrazione mi limito a dire che non bastano i richiami all’ordine. All’ordine per fare che? Ci vogliono progetti industriali, rivisitazioni della missione, strumenti di riconversione. Al fondo, emerge una verità di cui dobbiamo essere più consapevoli e che si può dire con uno slogan: riformare la pubblica amministrazione è di sinistra. La destra ha bisogno per le sue politiche de regolative del discredito della pubblica amministrazione. Nelle sue cure, infatti, c’è sempre l’insulto! Vedo qui una grande possibilità per la ripresa delle nostre tradizioni autonomistiche, cattoliche, popolari e della sinistra di governo, tradizioni di cui dobbiamo essere più consapevoli e orgogliosi. Le aree artigianali e gli asili nido li abbiamo inventati noi, e mai piegando il localismo all’egoismo ma intendendo il protagonismo locale come il modo di dare concretezza a dei diritti universali. Queste tradizioni positive vanno rilanciate nel progetto generale di riforma delle istituzioni, che comprende anche nuovi meccanismi elettorali. Nens non si è occupata di questo. Le altre fondazioni ci hanno riflettuto assieme, producendo idee e materiali dai quali è utile partire.  Fin qui ho elencato alcune tracce di un lavoro programmatico da fare. Concludendo voglio accennare anche alle condizioni immateriali della nuova strada da intraprendere. Il tessuto morale e civile del paese si è via via deteriorato, in questa lunga fase. Questo deterioramento ha effetti concreti e reali nella vita economica e sociale. L’immateriale è sempre più rilevante nei processi di crescita. Nell’epoca delle complessità le regolazioni formali sono difficili e spesso inefficaci e vengono comunque rifiutate come lacci impropri. Vincono i paesi che hanno una migliore regolazione implicita, paesi dove vivono elementi di civismo e di fiducia che regolano la fisiologia del sistema. Parlo quindi di un obiettivo di riscossa civica, di nuovo civismo non come pedagogia o predicazione ma come obiettivo programmatico che viva sia di dissuasione sia di incentivi. Chi fa le cose per bene deve averne un vantaggio visibile; si parli di fisco, di edilizia, di servizi al cittadino e consumatore e così via. Naturalmente un messaggio del genere può prendere forza solo se parte dai luoghi delle istituzioni e della politica, con quella nuova sobrietà di cui molto si è parlato, facendo ben poco. Gli aspetti immateriali riguardano anche i cosiddetti i temi etici che hanno una evidente frontiera mobile con i diritti civili da affermare. Nessuno oggi definirebbe più lo stupro come reato contro la morale; si tratta ormai a giudizio di tutti della negazione del diritto all’intangibilità del proprio corpo! La storia consegna via via alla sfera dei diritti e delle responsabilità personali questioni che erano appartenute alla sfera dell’etica pubblica. C’è dunque l’esigenza di discernere via via questa evoluzione e di riconoscere al contempo che irrompono nuovi temi di rilievo etico, in particolare nell’epoca in cui l’uomo può modificare se stesso e diventare, per così dire, non solo generatore ma in qualche misura creatore. Agli interrogativi cruciali che questo propone e proporrà e al rischio di profonde fratture ideali e morali nella società si risponde con un dialogo ed una convergenza fra gli umanesimi forti, umanesimi laici e religiosi, nel nostro caso tutti segnati in ultima analisi da radici cristiane, e cioè dall’irrompere in occidente del Dio personale della tradizione cristiana.

Se prevale l’incomunicabilità e la non negoziabilità, non dei princìpi, ma delle soluzioni, queste arriveranno da altre parti del mondo e da altre culture; saranno soluzioni meno preoccupate, meno consapevoli dell’idea di un uomo che non è solo natura e che non può mai (nemmeno nella fine vita) essere separato dalla sua dignità e dalla sua libertà; un uomo tuttavia che è anche natura e non può quindi ergersi a creatore senza aprire strade non dominabili. Mentre va ribadita l’assoluta legittimità da parte di tutti ( e massimamente quindi della Chiesa maestra in umanità) di partecipare all’agorà e alla discussione pubblica, in quella stessa agorà vogliamo chiedere rispettosamente alla Chiesa come venga riconosciuta al politico cattolico una sua autonoma responsabilità di mediazione. Osiamo chiederlo perché questa è una condizione per tutti; la condizione per  cercare assieme la strada migliore, sapendo che il politico, amministratore o legislatore che sia, è chiamato a decidere della vita comune tenendo conto della coscienza di tutti.

Nel campo degli aspetti immateriali bisogna mettere finalmente anche la ripresa di voce delle forze intellettuali, zittite in questi anni dalle banalizzazioni e dalle ricette pronte del pensiero unico. Bisogna trovare occasioni e strumenti per dare spazio ad un pensiero critico; innanzi tutto bisogna costruire, nelle forme nuove, una politica che ami e solleciti la discussione aperta, che non pretenda fedeltà ma lealtà e libertà.

Ho finito. La crisi impone a tutti di rileggere criticamente la realtà e di prospettare nuovi percorsi. Di fronte alla crisi le destre si troveranno a cercare paradigmi che non hanno nel loro repertorio ( da un po’ di tempo Tremonti si è messo a parlare di economia sociale, ma la risolve in Dio, Patria e Famiglia, mettendosi più vicino a Bismark che a Obama). Tocca alle forze popolari riformiste, ad una sinistra democratica e liberale proporre una nuova strada. Tocca a quelle forze che da 150 anni pensano che prendendo il punto di vista dei più deboli, dei subordinati, di chi lavora e produce si può fare una società migliore per tutti. La consapevolezza di quelle antiche radici ci farà muovere con maggiore libertà e maggior sicurezza nel nuovo, e non come astronauti dispersi nel vuoto.

Ecco allora il compito della politica : darsi lo strumento per la strada nuova, determinare e organizzare il campo di forza per la strada nuova, darsi un linguaggio e un radicamento popolari, mettere in campo nuove giovani generazioni sperimentabili perché sperimentate. Sono compiti della politica nel senso proprio, da discutere nei luoghi propri. Oggi, ringraziando tutti, possiamo fermarci qui.  


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